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Ho parlato ampiamente dell'ambiente seminaristico, perché esso fu
certamente quello che ebbe maggior rilievo nella mia formazione
sacerdotale. Allargando tuttavia lo sguardo su un orizzonte più
ampio, vedo con chiarezza che da tanti altri ambienti e persone mi sono
venuti influssi positivi, attraverso i quali Dio mi ha fatto giungere
la sua voce.
La famiglia
La preparazione al sacerdozio, ricevuta in seminario, era stata in
qualche modo preceduta da quella offertami con la vita e l'esempio dai
genitori in famiglia. La mia riconoscenza va soprattutto a mio padre,
rimasto precocemente vedovo. Non avevo ancora fatto la Prima
Comunione quando perdetti la mamma: avevo appena nove anni. Non ho
perciò chiara consapevolezza del contributo, sicuramente grande, che
ella dette alla mia educazione religiosa. Dopo la sua morte e, in
seguito, dopo la scomparsa del mio fratello maggiore, rimasi solo con
mio padre, uomo profondamente religioso. Potevo quotidianamente
osservare la sua vita, che era austera. Di professione era militare
e, quando restò vedovo, la sua divenne una vita di preghiera
costante. Mi capitava di svegliarmi di notte e di trovare mio padre in
ginocchio, cosî come in ginocchio lo vedevo sempre nella chiesa
parrocchiale. Tra noi non si parlava di vocazione al sacerdozio, ma
il suo esempio fu per me in qualche modo il primo seminario, una sorta
di seminario domestico.
La fabbrica Solvay
In seguito, dopo gli anni della prima giovinezza, seminario per me
divennero la cava di pietra e il depuratore dell'acqua nella fabbrica
di bicarbonato a Borek Falecki. E non si trattava più soltanto di
pre-seminario, come a Wadowice. La fabbrica fu per me, in quella
fase della vita, un vero seminario, anche se clandestino. Avevo
cominciato a lavorare nella cava dal settembre 1940; dopo un anno
passai al depuratore dell'acqua nella fabbrica. Furono quelli gli
anni in cui maturò la mia decisione definitiva. Nell'autunno del
1942 intrapresi gli studi nel seminario clandestino come ex studente
di Filologia polacca, al momento operaio alla Solvay. Non mi
rendevo conto allora dell'importanza che ciò avrebbe avuto per me.
Soltanto più tardi, da sacerdote, durante gli studi a Roma,
imbattendomi attraverso i miei compagni del Collegio Belga nel
problema dei preti-operai e nel movimento della Gioventù Operaia
Cattolica (JOC), compresi che quanto era diventato cosî
importante per la Chiesa e per il sacerdozio in Occidente — il
contatto con il mondo del lavoro — io l'avevo già iscritto nella mia
esperienza di vita.
In verità, la mia non fu esperienza di «prete operaio» ma di
«seminarista operaio». Lavorando manualmente, sapevo bene che cosa
significasse la fatica fisica. Mi incontravo ogni giorno con gente che
lavorava pesantemente. Conobbi l'ambiente di queste persone, le loro
famiglie, i loro interessi, il loro valore umano e la loro dignità.
Personalmente sperimentavo molta cordialità da parte loro. Sapevano
che ero studente e sapevano anche che, appena lo avrebbero permesso le
circostanze, sarei tornato agli studi. Non incontrai mai ostilità
per questa ragione. Non dava loro fastidio che portassi al lavoro i
libri. Dicevano: «Noi staremo attenti: tu leggi pure». Questo
capitava soprattutto durante i turni di notte. Dicevano spesso:
«Riposati, staremo di guardia noi».
Feci amicizia con molti operai. A volte mi invitavano a casa loro.
In seguito, come sacerdote e vescovo, battezzai i loro figli e
nipoti, benedissi i matrimoni e officiai i funerali di molti di loro.
Ebbi anche occasione di notare quanti sentimenti religiosi si
nascondessero in loro e quanta saggezza di vita. Questi contatti,
come ho accennato, restarono molto stretti anche quando terminò
l'occupazione tedesca e poi in seguito, praticamente fino alla mia
elezione a Vescovo di Roma. Alcuni di essi durano tuttora in forma
di corrispondenza.
La parrocchia di Debniki: i Salesiani
Debbo ancora fare un salto indietro, al periodo che precedette
l'entrata in seminario. Non posso, infatti, omettere di ricordare
un ambiente e, in esso, un personaggio da cui in quel periodo
ricevetti veramente molto. L'ambiente era quello della mia
parrocchia, intitolata a San Stanislao Kostka, a Debniki in
Cracovia. La parrocchia era diretta dai Padri Salesiani, che un
giorno furono deportati dai nazisti nel campo di concentramento.
Rimasero soltanto un vecchio parroco e l'ispettore della provincia,
tutti gli altri furono internati a Dachau. Credo che nel processo di
formazione della mia vocazione l'ambiente salesiano abbia svolto un
ruolo importante.
Nell'ambito della parrocchia c'era una persona che si distingueva tra
le altre: parlo di Jan Tyranowski. Di professione era impiegato,
anche se aveva scelto di lavorare nella sartoria di suo padre.
Affermava che il lavoro di sarto gli rendeva più facile la vita
interiore. Era un uomo di una spiritualità particolarmente profonda.
I Padri Salesiani, che in quel difficile periodo avevano ripreso con
coraggio ad animare la pastorale giovanile, gli avevano affidato il
compito di intessere contatti con i giovani nell'ambito del cosiddetto
«Rosario vivo». Jan Tyranowski assolse questo incarico non
limitandosi all'aspetto organizzativo, ma preoccupandosi anche della
formazione spirituale dei giovani che entravano in rapporto con lui.
Imparai cosî i metodi elementari di autoformazione che avrebbero poi
trovato conferma e sviluppo nell'itinerario educativo del seminario.
Tyranowski, che era venuto formandosi sugli scritti di San Giovanni
della Croce e di Santa Teresa d'Avila, mi introdusse nella
lettura, straordinaria per la mia età, delle loro opere.
I Padri Carmelitani
Ciò accrebbe in me l'interesse per la spiritualità carmelitana. A
Cracovia, in via Rakowicka, c'era un monastero di Padri
Carmelitani Scalzi. Li frequentavo e una volta feci presso di loro i
miei Esercizi Spirituali valendomi dell'aiuto di P. Leonardo
dell'Addolorata.
Per un certo periodo presi anche in considerazione la possibilità di
entrare nel Carmelo. I dubbi furono risolti dall'Arcivescovo
Cardinale Sapieha, il quale — secondo lo stile che gli era proprio
— disse brevemente: «Bisogna prima finire quello che si è
cominciato». E cosî avvenne.
Il P. Kazimierz Figlewicz
Nel corso di quegli anni mio confessore e guida spirituale fu P.
Kazimierz Figlewicz. Lo avevo incontrato per la prima volta quando
frequentavo la prima ginnasiale a Wadowice. Padre Figlewicz, che
era vicario della parrocchia, ci insegnava religione. Grazie a lui mi
avvicinai alla parrocchia, diventai chierichetto e in qualche modo
organizzai il gruppo dei chierichetti. Quando egli lasciò Wadowice
per la cattedrale del Wawel, continuai a mantenere i contatti con
lui. Ricordo che, durante la quinta ginnasiale, mi invitò a
Cracovia per partecipare al Triduum Sacrum, che cominciava col
cosiddetto «Ufficio delle Tenebre», nel pomeriggio del Mercoledî
Santo. Fu un'esperienza che lasciò in me una traccia profonda.
Quando, dopo la maturità, mi trasferii con mio padre a Cracovia,
intensificai i miei rapporti col P. Figlewicz, che svolgeva la
funzione di sottocustode della cattedrale. Andavo a confessarmi da lui
e, durante l'occupazione tedesca, spesse volte gli facevo visita.
Quel 1° settembre 1939 non si cancellerà mai più dalla mia
memoria: era il primo venerdî del mese. Mi ero recato al Wawel per
confessarmi. La cattedrale era vuota. Fu, forse, l'ultima volta
in cui potei liberamente entrare nel tempio. Esso fu poi chiuso e il
castello reale del Wawel diventò la sede del governatore generale
Hans Frank. Padre Figlewicz era l'unico sacerdote che poteva
celebrare la Santa Messa, due volte alla settimana, nella cattedrale
chiusa e sotto la vigilanza di poliziotti tedeschi. In quei tempi
difficili diventò ancora più chiaro che cosa significassero per lui la
cattedrale, le tombe reali, l'altare di San Stanislao Vescovo e
Martire. Fino alla morte P. Figlewicz rimase fedele custode di
quel particolare santuario della Chiesa e della Nazione, inculcandomi
un grande amore per il tempio del Wawel, che un giorno doveva
diventare la mia cattedrale vescovile.
Il 1° novembre 1946 fui ordinato sacerdote. Il giorno dopo,
per la «prima Santa Messa», celebrata in cattedrale nella cripta di
San Leonardo, P. Figlewicz era accanto a me e mi faceva da guida.
Il pio sacerdote è ormai morto da alcuni anni. Soltanto il Signore
può ricambiargli tutto il bene che ho da lui ricevuto.
Il «filo mariano»
Naturalmente, parlando delle origini della mia vocazione sacerdotale,
non posso dimenticare il filo mariano. La venerazione alla Madre di
Dio nella sua forma tradizionale mi viene dalla famiglia e dalla
parrocchia di Wadowice. Ricordo, nella chiesa parrocchiale, una
cappella laterale dedicata alla Madre del Perpetuo Soccorso, dove di
mattina, prima dell'inizio delle lezioni, si recavano gli studenti
del ginnasio. Anche a lezioni concluse, nelle ore pomeridiane, vi
andavano molti studenti per pregare la Vergine.
Inoltre, a Wadowice, c'era sulla collina un monastero carmelitano,
la cui fondazione risaliva ai tempi di San Raffaele Kalinowski. Gli
abitanti di Wadowice lo frequentavano in gran numero, e ciò non
mancava di riflettersi in una diffusa devozione per lo scapolare della
Madonna del Carmine. Anch'io lo ricevetti, credo all'età di
dieci anni, e lo porto tuttora. Si andava dai Carmelitani anche per
confessarsi. Fu cosî che, tanto nella chiesa parrocchiale quanto in
quella del Carmelo, si formò la mia devozione mariana durante gli
anni dell'infanzia e dell'adolescenza fino al conseguimento della
maturità classica.
Quando mi trovai a Cracovia, nel quartiere Debniki, entrai nel
gruppo del «Rosario vivo», nella parrocchia salesiana. Vi si
venerava in modo particolare Maria Ausiliatrice. A Debniki, nel
periodo in cui andava configurandosi la mia vocazione sacerdotale,
anche grazie al menzionato influsso di Jan Tyranowski, il mio modo di
comprendere il culto della Madre di Dio subî un certo cambiamento.
Ero già convinto che Maria ci conduce a Cristo, ma in quel periodo
cominciai a capire che anche Cristo ci conduce a sua Madre. Ci fu un
momento in cui misi in qualche modo in discussione il mio culto per
Maria ritenendo che esso, dilatandosi eccessivamente, finisse per
compromettere la supremazia del culto dovuto a Cristo. Mi venne
allora in aiuto il libro di San Luigi Maria Grignion de Montfort
che porta il titolo di «Trattato della vera devozione alla Santa
Vergine». In esso trovai la risposta alle mie perplessità. Sî,
Maria ci avvicina a Cristo, ci conduce a Lui, a condizione che si
viva il suo mistero in Cristo. Il trattato di San Luigi Maria
Grignion de Montfort può disturbare con il suo stile un po' enfatico
e barocco, ma l'essenza delle verità teologiche in esso contenute è
incontestabile. L'autore è un teologo di classe. Il suo pensiero
mariologico è radicato nel Mistero trinitario e nella verità
dell'Incarnazione del Verbo di Dio.
Compresi allora perché la Chiesa reciti l'Angelus tre volte al
giorno. Capii quanto cruciali siano le parole di questa preghiera:
«L'Angelo del Signore portò l'annuncio a Maria. Ed ella
concepî per opera dello Spirito Santo... Eccomi, sono la serva
del Signore. Avvenga di me secondo la tua parola... E il Verbo
si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi...». Parole
davvero decisive! Esprimono il nucleo dell'evento più grande che
abbia avuto luogo nella storia dell'umanità.
Ecco spiegata la provenienza del Totus Tuus. L'espressione deriva
da San Luigi Maria Grignion de Montfort. E l'abbreviazione della
forma più completa dell'affidamento alla Madre di Dio, che suona
cosî: Totus Tuus ego sum et omnia mea Tua sunt. Accipio Te in
mea omnia. Praebe mihi cor Tuum, Maria.
Cosî, grazie a San Luigi, cominciai a scoprire tutti i tesori
della devozione mariana da posizioni in un certo senso nuove: per
esempio, da bambino ascoltavo «Le ore sull'Immacolata Concezione
della Santissima Vergine Maria», cantate nella chiesa
parrocchiale, ma soltanto dopo mi resi conto delle ricchezze teologiche
e bibliche in esse contenute. La stessa cosa avvenne per i canti
popolari, ad esempio per i canti natalizi polacchi e le Lamentazioni
sulla Passione di Gesù Cristo in Quaresima, tra le quali un posto
particolare occupa il dialogo dell'anima con la Madre Dolorosa.
Fu sulla base di queste esperienze spirituali che venne delineandosi
l'itinerario di preghiera e di contemplazione che avrebbe orientato i
miei passi sulla strada verso il sacerdozio, e poi in tutte le vicende
successive fino ad oggi. Questa strada fin da bambino, e più ancora
da sacerdote e da vescovo, mi conduceva non di rado sui sentieri
mariani di Kalwaria Zebrzydowska. Kalwaria è il principale
santuario mariano dell'Arcidiocesi di Cracovia. Mi recavo lî
spesso e camminavo in solitudine per quei sentieri, presentando al
Signore nella preghiera i diversi problemi della Chiesa, soprattutto
nel difficile periodo in cui si era alle prese con il comunismo.
Volgendomi indietro constato come «tutto si tiene»: oggi come ieri
ci troviamo con la stessa intensità nei raggi dello stesso mistero.
Il Santo Frate Alberto
Mi domando a volte quale ruolo abbia svolto nella mia vocazione la
figura del Santo Frate Alberto. Adam Chmielowski — era questo il
suo nome — non era sacerdote. Tutti in Polonia sanno chi egli sia
stato. Nel periodo della mia passione per il teatro rapsodico e per
l'arte, la figura di quest'uomo coraggioso, che aveva partecipato
all'«insurrezione di gennaio» (1864) perdendo una gamba durante
i combattimenti, esercitava su di me un fascino spirituale
particolare. E noto che Frate Alberto era pittore: aveva compiuto i
suoi studi a Monaco. Il patrimonio artistico da lui lasciato dimostra
che aveva un grande talento. Ebbene, quest'uomo a un certo punto
della sua vita rompe con l'arte, perché comprende che Dio lo chiama
a compiti ben più importanti. Venuto a conoscenza dell'ambiente dei
miserabili di Cracovia, il cui punto d'incontro era il pubblico
dormitorio, detto anche «posto di riscaldamento», in via
Krakowska, Adam Chmielowski decide di diventare uno di loro, non
come elemosiniere che arriva da fuori per distribuire dei doni, ma come
uno che dona se stesso per servire i diseredati.
Questo esempio affascinante di sacrificio suscita molti seguaci.
Intorno a Frate Alberto si radunano uomini e donne. Nascono due
Congregazioni che si dedicano ai più poveri. Tutto ciò accade
all'inizio del nostro secolo, nel periodo precedente la prima guerra
mondiale.
Frate Alberto non giungerà a vedere il momento in cui la Polonia
conquisterà l'indipendenza. Morirà nel Natale del 1916. La
sua opera, tuttavia, gli sopravviverà diventando espressione delle
tradizioni polacche di radicalismo evangelico, sulle orme di San
Francesco d'Assisi e di San Giovanni della Croce.
Nella storia della spiritualità polacca, il Santo Frate Alberto
occupa un posto speciale. Per me la sua figura è stata determinante,
perché trovai in lui un particolare appoggio spirituale e un esempio
nel mio allontanarmi dall'arte, dalla letteratura e dal teatro, per
la scelta radicale della vocazione al sacerdozio. Una delle gioie più
grandi che ho avuto da Papa è stata quella di innalzare questo
poverello di Cracovia in tonaca grigia agli onori degli altari, prima
con la beatificazione a Blonie Krakowskie durante il viaggio in
Polonia del 1983, poi con la canonizzazione a Roma nel novembre
del memorabile anno 1989. Molti autori della letteratura polacca
hanno immortalato la figura di Frate Alberto. Merita di essere
segnalata, tra le varie opere artistiche, i romanzi e i drammi, la
monografia a lui dedicata dal P. Konstanty Michalski. Anch'io,
da giovane sacerdote, nel periodo in cui ero vicario presso la chiesa
di San Floriano a Cracovia, gli dedicai un'opera drammatica
intitolata: «Il Fratello del nostro Dio», pagando in tal modo il
debito di gratitudine che avevo contratto con lui.
Esperienza di guerra
La definitiva maturazione della mia vocazione sacerdotale, come ho
detto, avvenne nel periodo della seconda guerra mondiale, durante
l'occupazione nazista. Una semplice coincidenza temporale? O c'era
un nesso più profondo tra ciò che maturava dentro di me e il contesto
storico? E difficile rispondere a siffatta domanda. Certo, nei
piani di Dio nulla è casuale. Ciò che posso dire è che la tragedia
della guerra diede al processo di maturazione della mia scelta di vita
una colorazione particolare. Mi aiutò a cogliere da un'angolatura
nuova il valore e l'importanza della vocazione. Di fronte al dilagare
del male ed alle atrocità della guerra mi diventava sempre più chiaro
il senso del sacerdozio e della sua missione nel mondo.
Lo scoppio della guerra mi allontanò dagli studi e dall'ambiente
universitario. In quel periodo persi mio padre, l'ultima persona che
mi restava dei miei più stretti familiari. Anche questo comportava,
oggettivamente, un processo di distacco dai miei progetti precedenti;
in qualche modo era come venir sradicato dal suolo sul quale fino a quel
momento era cresciuta la mia umanità.
Non si trattava però di un processo soltanto negativo. Alla mia
coscienza, infatti, nel contempo si manifestava sempre più una luce:
il Signore vuole che io diventi sacerdote. Un giorno lo percepii con
molta chiarezza: era come un'illuminazione interiore, che portava in
sé la gioia e la sicurezza di un'altra vocazione. E questa
consapevolezza mi riempî di una grande pace interiore.
Questo accadeva sullo sfondo degli avvenimenti terribili che andavano
svolgendosi intorno a me a Cracovia, in Polonia, nell'Europa e nel
mondo. Fui coinvolto direttamente soltanto in una piccola parte di
quanto sperimentarono, a partire dal 1939, i miei connazionali.
Penso in special modo ai miei coetanei della maturità a Wadowice,
amici a me molto cari, tra i quali alcuni ebrei. Ci fu chi scelse il
servizio militare già nel 1938. Sembra che il primo a morire in
guerra sia stato il più giovane della classe. In seguito venni a
conoscere soltanto a grandi linee la sorte di altri caduti sui vari
fronti, o morti nei campi di concentramento, o finiti a combattere
presso Tobruk e Montecassino, o deportati nei territori dell'Unione
Sovietica: in Russia e in Kazakistan. Appresi queste notizie prima
gradualmente, poi più compiutamente a Wadowice nel 1948, durante
il raduno dei colleghi in occasione del decimo anno dalla maturità.
Del grande e orrendo theatrum della seconda guerra mondiale mi fu
risparmiato molto. Ogni giorno avrei potuto essere prelevato dalla
casa, dalla cava di pietra, dalla fabbrica per essere portato in un
campo di concentramento. A volte mi domandavo: tanti miei coetanei
perdono la vita, perché non io? Oggi so che non fu un caso. Nel
contesto del grande male della guerra, nella mia vita personale tutto
volgeva in direzione del bene costituito dalla vocazione. Non posso
dimenticare il bene ricevuto in quel periodo difficile dalle persone che
il Signore poneva sulla mia strada: sia persone della mia famiglia che
conoscenti e colleghi.
Il sacrificio dei sacerdoti polacchi
Emerge qui un'altra singolare e importante dimensione della mia
vocazione. Gli anni dell'occupazione tedesca in Occidente e di
quella sovietica in Oriente portarono con sé un enorme numero di
arresti e di deportazioni di sacerdoti polacchi nei campi di
concentramento. Solo a Dachau ne furono internati circa tremila.
C'erano altri campi, come per esempio quello di Auschwitz, dove
donò la vita per Cristo il primo sacerdote canonizzato dopo la
guerra, San Massimiliano Maria Kolbe, il francescano di
Niepokalanów. Tra i prigionieri di Dachau si trovava il vescovo di
Wloclawek, Mons. Michal Kozal, che ho avuto la gioia di
beatificare a Varsavia nel 1987. Dopo la guerra, alcuni tra i
sacerdoti ex-prigionieri di campi di concentramento furono elevati alla
dignità vescovile. Attualmente vivono ancora gli Arcivescovi
Kazimierz Majdanski e Adam Kozlowiecki e il Vescovo Ignacy Jez,
i tre ultimi Presuli testimoni di quello che furono i campi di
sterminio: essi sanno bene che cosa quell'esperienza significò nella
vita di tanti sacerdoti. Per completare il quadro, bisogna aggiungere
anche i sacerdoti tedeschi di quella stessa epoca che pure
sperimentarono la stessa sorte nei lager. Ho avuto l'onore di
beatificarne alcuni: dapprima P. Rupert Mayer di Monaco e poi,
durante il recente viaggio apostolico in Germania, Mons. Bernhard
Lichtenberg, parroco della cattedrale di Berlino, e P. Karl
Leisner della diocesi di Münster. Quest'ultimo, ordinato
sacerdote nel campo di concentramento nel 1944, riuscî a
celebrare, dopo l'Ordinazione, una Santa Messa soltanto.
Merita poi un ricordo particolare il martirologio dei sacerdoti nei
lager della Siberia e in altri del territorio dell'Unione
Sovietica. Tra i molti che vi furono rinchiusi vorrei ricordare la
figura di P. Tadeusz Fedorowicz, ben noto in Polonia, al quale
come direttore spirituale devo personalmente molto. Padre
Fedorowicz, giovane sacerdote dell'arcidiocesi di Leopoli, si era
spontaneamente presentato al suo Arcivescovo per chiedere di poter
accompagnare un gruppo di polacchi deportati verso l'Est.
L'Arcivescovo Twardowski gli concesse il permesso ed egli poté
cosî svolgere la sua missione sacerdotale tra i connazionali dispersi
nei territori dell'Unione Sovietica e soprattutto in Kazakistan.
Ultimamente egli ha descritto in un libro interessante questa tragica
vicenda.
Ciò che ho detto a proposito dei campi di concentramento non
costituisce che una parte, pur drammatica, di questa sorta di
«apocalisse» del nostro secolo. Vi ho fatto cenno per sottolineare
che il mio sacerdozio, già al suo nascere, si è iscritto nel grande
sacrificio di tanti uomini e donne della mia generazione. A me la
Provvidenza ha risparmiato le esperienze più pesanti; tanto più
grande è perciò il senso del mio debito verso le persone a me note,
come pure verso quelle ben più numerose a me ignote, senza differenza
di nazione e di lingua, che con il loro sacrificio sul grande altare
della storia hanno contribuito al realizzarsi della mia vocazione
sacerdotale. In qualche modo esse mi hanno introdotto su questa
strada, additandomi nella dimensione del sacrificio la verità più
profonda ed essenziale del sacerdozio di Cristo.
La bontà sperimentata tra le asprezze della guerra
Dicevo che durante i difficili anni di guerra ho ricevuto molto bene
dalla gente. Penso in modo particolare ad una famiglia, anzi a più
famiglie che ho conosciuto durante l'occupazione. Con Juliusz
Kydrynski lavorai prima nelle cave di pietra e poi nella fabbrica
Solvay. Eravamo nel gruppo di operai-studenti a cui appartenevano
anche Wojciech Zukrowski, suo fratello minore Antoni e Wieslaw
Kaczmarczyk. Con Juliusz Kydrynski ci eravamo incontrati, a guerra
non ancora iniziata, frequentando il primo anno di Filologia polacca.
Durante la guerra questi legami di amicizia si intensificarono.
Conobbi sua madre che era rimasta vedova, la sorella e il fratello
minore. La famiglia Kydrynski mi circondò di premurose cure e di
affetto quando, il 18 febbraio 1941, persi mio padre. Ricordo
perfettamente quel giorno: tornando dal lavoro trovai mio padre morto.
In quel momento l'amicizia dei Kydrynski fu per me di grande
sostegno. L'amicizia si allargò poi ad altre famiglie, in
particolare a quella dei signori Szkocki, residenti in via Ksiecia
Józefa. Cominciai lo studio del francese grazie alla signora
Jadwiga Lewaj, che abitava nella loro casa. Zofia Pozniak, figlia
maggiore dei signori Szkocki, il cui marito si trovava in campo di
prigionia, ci invitava ai concerti organizzati in casa. In questo
modo il periodo buio della guerra e dell'occupazione fu rischiarato
dalla luce della bellezza che s'irradia dalla musica e dalla poesia.
Questo accadeva prima della mia decisione di entrare in seminario.
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