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In questa testimonianza giubilare non posso non esprimere la mia
gratitudine verso tutta la Chiesa polacca, all'interno della quale è
nato e maturato il mio sacerdozio. E una Chiesa con una eredità
millenaria di fede; una Chiesa che ha generato lungo i secoli numerosi
santi e beati, ed è affidata al patrocinio di due Santi Vescovi e
Martiri – Wojciech e Stanislaw. E una Chiesa profondamente legata
al popolo e alla sua cultura; una Chiesa che ha sempre sostenuto e
difeso il popolo, specialmente nei momenti tragici della sua storia.
Ed è una Chiesa che in questo secolo è stata duramente provata: ha
dovuto sostenere una lotta drammatica per la sopravvivenza contro due
sistemi totalitari: contro il regime ispirato all'ideologia nazista
durante la seconda guerra mondiale; poi, nei lunghi decenni del
dopoguerra, contro la dittatura comunista, ed il suo ateismo
militante.
Da entrambe le prove è uscita vittoriosa, grazie al sacrificio di
vescovi, di sacerdoti e di schiere di laici; grazie alla famiglia
polacca «forte in Dio». Tra i vescovi del periodo bellico non posso
non menzionare la figura incrollabile del Principe Metropolita di
Cracovia, Adam Stefan Sapieha, e tra quelli del periodo
postbellico, la figura del Servo di Dio Cardinale Stefan
Wyszynski. E una Chiesa che ha difeso l'uomo, la sua dignità e i
suoi diritti fondamentali, una Chiesa che ha combattuto
coraggiosamente per il diritto dei fedeli alla professione della loro
fede. Una Chiesa straordinariamente dinamica, malgrado le
difficoltà e gli ostacoli che ne intralciavano il cammino.
In tale intenso clima spirituale si è venuta sviluppando la mia
missione di sacerdote e di vescovo. I due sistemi totalitari, che
hanno tragicamente segnato il nostro secolo — il nazismo, da una
parte, con gli orrori della guerra e dei campi di concentramento; il
comunismo, dall'altra, col suo regime di oppressione e di terrore —
ho potuto conoscerli, per cosî dire, dall'interno. E facile quindi
capire la mia sensibilità per la dignità di ogni persona umana e per
il rispetto dei suoi diritti, a partire dal diritto alla vita. E una
sensibilità che si è formata già nei primi anni di sacerdozio e si è
rafforzata col tempo. E facile capire anche la mia preoccupazione per
la famiglia e per la gioventù: tutto ciò è cresciuto in me
organicamente proprio grazie a quelle drammatiche esperienze.
Il presbiterio di Cracovia
Nel cinquantesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale mi
rivolgo col pensiero in modo particolare al presbiterio della Chiesa di
Cracovia, di cui sono stato membro come sacerdote e poi capo come
Arcivescovo. Mi si presentano davanti agli occhi tante figure di
eminenti parroci e vicari. Sarebbe troppo lungo menzionarli uno per
uno. A molti di loro mi univano e mi uniscono legami di sincera
amicizia. Gli esempi della loro santità e del loro zelo pastorale mi
sono stati di grande edificazione. Indubbiamente essi hanno esercitato
una influenza profonda sul mio sacerdozio. Da loro ho imparato che
cosa vuol dire in concreto essere pastore.
Sono profondamente convinto del ruolo decisivo che il presbiterio
diocesano svolge nella vita personale di ogni sacerdote. La comunità
dei sacerdoti, radicata in una vera fraternità sacramentale,
costituisce un ambiente di primaria importanza per la formazione
spirituale e pastorale. Il sacerdote, di regola, non può farne a
meno. Lo aiuta a crescere nella santità e costituisce un appoggio
sicuro nelle difficoltà. Come non esprimere, in occasione del
giubileo d'oro, ai sacerdoti dell'Arcidiocesi di Cracovia la mia
gratitudine per il loro contributo al mio sacerdozio?
Il dono dei laici
Penso in questi giorni anche a tutti i laici che il Signore mi ha
fatto incontrare nella mia missione di sacerdote e di vescovo. Sono
stati per me un dono singolare, per il quale non cesso di ringraziare
la Provvidenza. Sono cosî numerosi che non è possibile elencarli
per nome, ma li porto tutti nel cuore, perché ciascuno di loro ha
offerto il proprio contributo alla realizzazione del mio sacerdozio.
In qualche modo essi mi hanno indicato la strada, aiutandomi a capire
meglio il mio ministero e a viverlo in pienezza. Sî, dai frequenti
contatti con i laici ho sempre tratto molto profitto, ho imparato
molto. C'erano tra di loro semplici operai, uomini dediti alla
cultura e all'arte, grandi scienziati. Da tali incontri sono nate
cordiali amicizie, delle quali molte durano ancora. Grazie a loro la
mia azione pastorale si è come moltiplicata, superando barriere e
penetrando in ambienti altrimenti difficilmente raggiungibili.
In realtà, mi ha accompagnato sempre la profonda consapevolezza
dell'urgente bisogno dell'apostolato dei laici nella Chiesa. Quando
il Concilio Vaticano II parlò della vocazione e missione dei laici
nella Chiesa e nel mondo, non potei che provare una grande gioia:
ciò che il Concilio insegnava rispondeva ai convincimenti che avevano
guidato la mia azione fin dai primi anni del mio ministero sacerdotale.
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