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Non posso fare a meno, in questa mia testimonianza, di andare oltre
il ricordo degli eventi e delle persone, per fissare lo sguardo più in
profondità, quasi per scrutare il mistero che da cinquant'anni mi
accompagna e mi avvolge.
Che significa essere sacerdote? Secondo San Paolo significa
soprattutto essere amministratore dei misteri di Dio: «Ognuno ci
consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di
Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno
risulti fedele» (1 Cor 4, 1-2). Il termine
«amministratore» non può essere sostituito con nessun altro. Esso
è radicato profondamente nel Vangelo: si ricordi la parabola
sull'amministratore fedele e su quello infedele (cfr Lc 12,
41-48). L'amministratore non è il proprietario, ma colui al
quale il proprietario affida i suoi beni, affinché li gestisca con
giustizia e responsabilità. Proprio cosî il sacerdote riceve da
Cristo i beni della salvezza, per distribuirli nel modo dovuto tra le
persone alle quali viene inviato. Si tratta dei beni della fede. Il
sacerdote, pertanto, è uomo della parola di Dio, uomo del
sacramento, uomo del «mistero della fede». Attraverso la fede egli
accede ai beni invisibili che costituiscono l'eredità della
Redenzione del mondo operata dal Figlio di Dio. Nessuno può
ritenersi «proprietario» di questi beni. Tutti ne siamo
destinatari. In forza, però, di ciò che Cristo ha stabilito, il
sacerdote ha il compito di amministrarli.
Admirabile commercium!
La vocazione sacerdotale è un mistero. E il mistero di un
«meraviglioso scambio» — admirabile commercium — tra Dio e
l'uomo. Questi dona a Cristo la sua umanità, perché Egli se ne
possa servire come strumento di salvezza, quasi facendo di quest'uomo
un altro se stesso. Se non si coglie il mistero di questo
«scambio», non si riesce a capire come possa avvenire che un
giovane, ascoltando la parola «Seguimi!», giunga a rinunciare a
tutto per Cristo, nella certezza che per questa strada la sua
personalità umana si realizzerà pienamente.
C'è al mondo una realizzazione della nostra umanità che sia più
grande del poter ripresentare ogni giorno in persona Christi il
Sacrificio redentivo, lo stesso che Cristo consumò sulla croce? In
questo Sacrificio, da una parte è presente nel modo più profondo lo
stesso Mistero trinitario, dall'altra è come «ricapitolato» tutto
l'universo creato (cfr Ef 1, 10). Anche per offrire
«sull'altare della terra intera il lavoro e la sofferenza del
mondo», secondo una bella espressione di Teilhard de Chardin, si
compie l'Eucaristia. Ecco perché, nel ringraziamento dopo la
Santa Messa, si recita anche il Cantico dei tre giovani
dell'Antico Testamento: Benedicite omnia opera Domini
Domino... In effetti, nell'Eucaristia tutte le creature visibili
e invisibili, e in particolare l'uomo, benedicono Dio come Creatore
e Padre, lo benedicono con le parole e l'azione di Cristo, Figlio
di Dio.
Sacerdote ed Eucaristia
«Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che
hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai
piccoli (...) Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né
chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia
rivelare» (Lc 10, 21-22). Queste parole del Vangelo di
San Luca, introducendoci nell'intimo del mistero di Cristo, ci
consentono di accostarci anche al mistero dell'Eucaristia. In essa
il Figlio consostanziale al Padre, Colui che soltanto il Padre
conosce, Gli offre in sacrificio se stesso per l'umanità e per
l'intera creazione. Nell'Eucaristia Cristo restituisce al Padre
tutto ciò che da Lui proviene. Si realizza cosî un profondo mistero
di giustizia della creatura verso il Creatore. Bisogna che l'uomo
renda onore al Creatore offrendo, con atto di ringraziamento e di
lode, tutto ciò che da Lui ha ricevuto. L'uomo non può smarrire
il senso di questo debito, che egli soltanto, tra tutte le altre
realtà terrestri, può riconoscere e saldare come creatura fatta a
immagine e somiglianza di Dio. Nello stesso tempo, dati i suoi
limiti di creatura e il peccato che lo segna, l'uomo non sarebbe
capace di compiere questo atto di giustizia verso il Creatore, se
Cristo stesso, Figlio consostanziale al Padre e vero uomo, non
intraprendesse questa iniziativa eucaristica.
Il sacerdozio, fin dalle sue radici, è il sacerdozio di Cristo. E
Lui che offre a Dio Padre il sacrificio di se stesso, della sua
carne e del suo sangue, e con il suo sacrificio giustifica agli occhi
del Padre tutta l'umanità e indirettamente tutto il creato. Il
sacerdote, celebrando ogni giorno l'Eucaristia, scende nel cuore di
questo mistero. Per questo la celebrazione dell'Eucaristia non può
non essere, per lui, il momento più importante della giornata, il
centro della sua vita.
In persona Christi
Le parole che ripetiamo a conclusione del Prefazio — «Benedetto
colui che viene nel nome del Signore...» — ci riportano ai
drammatici avvenimenti della Domenica delle Palme. Cristo va a
Gerusalemme per affrontare il cruento sacrificio del Venerdî Santo.
Ma il giorno precedente, durante l'Ultima Cena, ne istituisce il
sacramento. Pronuncia sul pane e sul vino le parole della
consacrazione: «Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per
voi.(...) Questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed
eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei
peccati. Fate questo in memoria di me».
Quale «memoria»? Sappiamo che a questo termine occorre dare un
senso forte, che va ben oltre il semplice ricordo storico. Siamo qui
nell'ordine del biblico «memoriale», che rende presente l'evento
stesso. E memoria-presenza! Il segreto di questo prodigio è
l'azione dello Spirito Santo, che il sacerdote invoca, mentre
impone le mani sopra i doni del pane e del vino: «Santifica questi
doni con l'effusione del tuo Spirito, perché diventino per noi il
Corpo e il Sangue di Gesù Cristo nostro Signore». Non è dunque
solo il sacerdote che ricorda gli avvenimenti della Passione, Morte e
Risurrezione di Cristo; è lo Spirito Santo che fa sî che essi si
attuino sull'altare attraverso il ministero del sacerdote. Questi
agisce veramente in persona Christi. Quello che Cristo ha compiuto
sull'altare della Croce e che prima ancora ha stabilito come
sacramento nel Cenacolo, il sacerdote lo rinnova nella forza dello
Spirito Santo. Egli viene in questo momento come avvolto dalla
potenza dello Spirito Santo e le parole che pronuncia acquistano la
stessa efficacia di quelle uscite dalla bocca di Cristo durante
l'Ultima Cena.
Mysterium fidei
Durante la Santa Messa, dopo la transustanziazione, il sacerdote
pronuncia le parole: Mysterium fidei, Mistero della fede! Sono
parole che si riferiscono, ovviamente, all'Eucaristia. In qualche
modo, tuttavia, esse concernono anche il sacerdozio. Non esiste
Eucaristia senza sacerdozio, come non esiste sacerdozio senza
Eucaristia. Non soltanto il sacerdozio ministeriale è legato
strettamente all'Eucaristia; anche il sacerdozio comune di tutti i
battezzati si radica in tale mistero. Alle parole del celebrante i
fedeli rispondono: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo
la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta». Nella
partecipazione al Sacrificio eucaristico i fedeli diventano testimoni
di Cristo crocifisso e risorto, impegnandosi a vivere quella sua
triplice missione — sacerdotale, profetica e regale — di cui sono
investiti fin dal Battesimo, come ha ricordato il Concilio Vaticano
II.
Il sacerdote, quale amministratore dei «misteri di Dio», è al
servizio del sacerdozio comune dei fedeli. E lui che, annunziando la
Parola e celebrando i sacramenti, specie l'Eucaristia, rende sempre
più consapevole tutto il popolo di Dio della sua partecipazione al
sacerdozio di Cristo, e contemporaneamente lo spinge a realizzarla
pienamente. Quando, dopo la transustanziazione, risuonano le
parole: Mysterium fidei, tutti sono invitati a rendersi conto della
particolare densità esistenziale di questo annuncio, in riferimento al
mistero di Cristo, dell'Eucaristia, del Sacerdozio.
Non trae forse di qui la sua motivazione più profonda la stessa
vocazione sacerdotale? Una motivazione che è già tutta presente al
momento dell'Ordinazione, ma che attende di essere interiorizzata e
approfondita nell'arco dell'intera esistenza. Solo cosî il
sacerdote può scoprire in profondità la grande ricchezza che gli è
stata affidata. A cinquant'anni dall'Ordinazione, posso dire che
ogni giorno di più in quel Mysterium fidei si ritrova il senso del
proprio sacerdozio. E lî la misura del dono che esso costituisce, e
lî è pure la misura della risposta che questo dono richiede. Il dono
è sempre più grande! Ed è bello che sia cosî. E bello che un
uomo non possa mai dire di aver risposto pienamente al dono. E un dono
ed è anche un compito: sempre! Avere consapevolezza di questo è
fondamentale per vivere appieno il proprio sacerdozio.
Cristo, Sacerdote e Vittima
La verità sul sacerdozio di Cristo mi ha parlato sempre con
straordinaria eloquenza attraverso le Litanie che si usava recitare nel
seminario di Cracovia, in particolare alla vigilia dell'Ordinazione
presbiterale. Alludo alle Litanie a Cristo Sacerdote e Vittima.
Quali pensieri profondi esse suscitavano in me! Nel sacrificio della
Croce, ripresentato e attualizzato in ogni Eucaristia, Cristo offre
se stesso per la salvezza del mondo. Le invocazioni litaniche passano
in rassegna i vari aspetti del mistero. Esse mi tornano alla memoria
con il simbolismo evocatore delle immagini bibliche di cui sono
intessute. Me le ritrovo sulle labbra nella lingua latina in cui le ho
recitate durante il seminario e poi tante volte negli anni successivi:
Iesu, Sacerdos et Victima,
Iesu, Sacerdos in aeternum secundum ordi nem Melchisedech, ...
Iesu, Pontifex ex hominibus assumpte,
Iesu, Pontifex pro hominibus constitute, ...
Iesu, Pontifex futurorum bonorum, ...
Iesu, Pontifex fidelis et misericors, ...
Iesu, Pontifex qui dilexisti nos et lavisti nos a peccatis in
sanguine tuo, ...
Iesu, Pontifex qui tradidisti temetipsum Deo oblationem et hostiam, ...
Iesu, Hostia sancta et immaculata, ...
Iesu, Hostia in qua habemus fiduciam et accessum ad Deum, ...
Iesu, Hostia vivens in saecula saeculorum...*
Quale ricchezza teologica in queste espressioni! Sono litanie
profondamente radicate nella Sacra Scrittura, soprattutto nella
Lettera agli Ebrei. Basti rileggerne questo brano: «Cristo
(...) come sommo sacerdote dei beni futuri (...) entrò una
volta per sempre nel santuario non con sangue di capri e di vitelli, ma
con il proprio sangue, dopo averci ottenuto una redenzione eterna.
Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli (...) sparsi su
quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella
carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito
eterno offrî se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra
coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,
11-14). Cristo è sacerdote perché Redentore del mondo. Nel
mistero della Redenzione si inscrive il sacerdozio di tutti i
presbiteri. Questa verità sulla Redenzione e sul Redentore si è
radicata nel centro stesso della mia coscienza, mi ha accompagnato per
tutti questi anni, ha impregnato tutte le mie esperienze pastorali, mi
ha svelato contenuti sempre nuovi.
In questi cinquant'anni di vita sacerdotale mi sono reso conto che la
Redenzione, prezzo che doveva essere pagato per il peccato, porta con
sé anche una rinnovata scoperta, quasi una «nuova creazione», di
tutto ciò che è stato creato: la riscoperta dell'uomo come persona,
dell'uomo creato da Dio maschio e femmina, la riscoperta, nella loro
verità profonda, di tutte le opere dell'uomo, della sua cultura e
civiltà, di tutte le sue conquiste e attuazioni creative.
Dopo l'elezione a Papa, il mio primo impulso spirituale fu di
volgermi verso Cristo Redentore. Ne nacque l'Enciclica Redemptor
Hominis. Riflettendo su tutto questo processo, vedo sempre meglio lo
stretto legame tra il messaggio di questa Enciclica e tutto ciò che si
iscrive nell'animo dell'uomo mediante la partecipazione al sacerdozio
di Cristo.
* Il testo completo delle Litanie è riportato in Appendice.
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