|
Vi son de' momenti in cui l'animo, particolarmente de' giovani, è
disposto in maniera che ogni poco d'istanza basta a ottenerne ogni cosa
che abbia un'apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena
sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a
concedere le sue fragranze alla prim'aria che gli aliti punto
d'intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con
timido rispetto, son quelli appunto che l'astuzia interessata spia
attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si
guarda.
Al legger quella lettera, il principe *** vide subito lo spiraglio
aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude che
venisse da lui; e aspettandola, si dispose a batter il ferro, mentre
era caldo. Gertrude comparve, e, senza alzar gli occhi in viso al
padre, gli si buttò in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di
dire:
Egli le fece cenno che s'alzasse; ma, con una voce
poco atta a rincorare, le rispose che il perdono non bastava
desiderarlo né chiederlo; ch'era cosa troppo agevole e troppo naturale
a chiunque sia trovato in colpa, e tema la punizione; che in somma
bisognava meritarlo. Gertrude domandò, sommessamente e tremando, che
cosa dovesse fare. Il principe (non ci regge il cuore di dargli in
questo momento il titolo di padre) non rispose direttamente, ma
cominciò a parlare a lungo del fallo di Gertrude: e quelle parole
frizzavano sull'animo della poveretta, come lo scorrere d'una mano
ruvida sur una ferita. Continuò dicendo che, quand'anche... caso mai...
che avesse avuto prima qualche intenzione di collocarla nel secolo, lei
stessa ci aveva messo ora un ostacolo insuperabile; giacché a un
cavalier d'onore, com'era lui, non sarebbe mai bastato l'animo di
regalare a un galantuomo una signorina che aveva dato un tal saggio di
sé. La misera ascoltatrice era annichilata: allora il principe,
raddolcendo a grado a grado la voce e le parole, proseguì dicendo che
però a ogni fallo c'era rimedio e misericordia; che il suo era di
quelli per i quali il rimedio è piú chiaramente indicato: ch'essa
doveva vedere, in questo tristo accidente, come un avviso che la vita
del secolo era troppo piena di pericoli per lei...
esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata dalla vergogna,
e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea.
|
“
Ah! lo capite anche voi,
”
|
|
riprese incontanente il principe.
|
“
Ebbene,
non si parli piú del passato: tutto è cancellato. Avete preso il solo
partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; ma perché 1'avete
preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a farvelo
riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tornare tutto
il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io la cura.
”
|
|
Così dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino, e al
servitore che entrò, disse:
|
“
la principessa e il principino subito.
”
|
|
E
seguitò poi con Gertrude:
|
“
voglio metterli subito a parte della mia
consolazione; voglio che tutti comincin subito a trattarvi come si
conviene. Avete sperimentato in parte il padre severo; ma da qui
innanzi proverete tutto il padre amoroso.
”
|
|
A queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora ripensava come
mai quel sì che le era scappato, avesse potuto significar tanto, ora
cercava se ci fosse maniera di riprenderlo, di ristringerne il senso;
ma la persuasione del principe pareva così intera, la sua gioia così
gelosa, la benignità così condizionata, che Gertrude non osò proferire
una parola che potesse turbarle menomamente.
Dopo pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo lì Gertrude, la
guardarono in viso, incerti e maravigliati. Ma il principe, con un
contegno lieto e amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante,
disse,
|
“
la pecora smarrita: e sia questa l'ultima parola che
richiami triste memorie. Ecco la consolazione della famiglia. Gertrude
non ha piú bisogno di consigli; ciò che noi desideravamo per suo bene,
l'ha voluto lei spontaneamente. E' risoluta, m'ha fatto intendere che è
risoluta...
”
|
|
A questo passo, alzò essa verso il padre uno sguardo tra
atterrito e supplichevole, come per chiedergli che sospendesse, ma egli
proseguì francamente:
|
“
che è risoluta di prendere il velo.
”
|
|
esclamarono, a una voce, la madre e il figlio, e l'uno
dopo l'altra abbracciaron Gertrude; la quale ricevette queste
accoglienze con lacrime, che furono interpretate per lacrime di
consolazione. Allora il principe si diffuse a spiegar ciò che farebbe
per render lieta e splendida la sorte della figlia. Parlò delle
distinzioni di cui goderebbe nel monastero e nel paese; che, là sarebbe
come una principessa, come la rappresentante della famiglia; che,
appena l'età l'avrebbe permesso, sarebbe innalzata alla prima dignità;
e, intanto, non sarebbe soggetta che di nome. La principessa e il
principino rinnovavano, ogni momento, le congratulazioni e gli
applausi: Gertrude era come dominata da un sogno.
|
“
Converrà poi fissare il giorno, per andare a Monza, a far la richiesta
alla badessa,
”
|
|
disse il principe.
|
“
Come sarà contenta! Vi so dire che
tutto il monastero saprà valutar l'onore che Gertrude gli fa. Anzi...
perché non ci andiamo oggi? Gertrude prenderà volentieri un po'
d'aria.
”
|
|
disse la principessa.
disse il principino.
proferì sommessamente Gertrude.
riprese il principe:
|
“
lasciam decidere a lei: forse
oggi non si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe piú aspettar
fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani?
”
|
|
rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva ancora
di far qualche cosa, prendendo un po' di tempo.
disse solennemente il principe:
|
“
ha stabilito che si vada
domani. Intanto io vo dal vicario delle monache, a fissare un giorno
per l'esame.
”
|
|
Detto fatto, il principe uscì, e andò veramente (che non
fu piccola degnazione) dal detto vicario; e concertarono che verrebbe
di lì a due giorni.
In tutto il resto di quella giornata, Gertrude non ebbe un minuto di
bene. Avrebbe desiderato riposar l'animo da tante commozioni, lasciar,
per dir così, chiarire i suoi pensieri, render conto a se stessa di ciò
che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere ciò che
volesse, rallentare un momento quella macchina che, appena avviata,
andava così precipitosamente; ma non ci fu verso. L'occupazioni si
succedevano senza interruzione, s'incastravano l'una con l'altra.
Subito dopo partito il principe, fu condotta nel gabinetto della
principessa, per essere, sotto la sua direzione, pettinata e rivestita
dalla sua propria cameriera. Non era ancor terminato di dar l'ultima
mano, che furon avvertite ch'era in tavola. Gertrude passò in mezzo
agl'inchini della servitú, che accennava di congratularsi per la
guarigione, e trovò alcuni parenti piú prossimi, ch'erano stati
invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi con lei de' due
felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata vocazione.
La sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e Gertrude, al suo
apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe da dire
e da fare a rispondere a' complimenti che le fioccavan da tutte le
parti. Sentiva bene che ognuna delle sue risposte era come
un'accettazione e una conferma; ma come rispondere diversamente? Poco
dopo alzati da tavola, venne l'ora della trottata. Gertrude entrò in
carrozza con la madre, e con due zii ch'erano stati al pranzo. Dopo un
solito giro, si riuscì alla strada Marina, che allora attraversava lo
spazio occupato ora dal giardin pubblico, ed era il luogo dove i
signori venivano in carrozza a ricrearsi delle fatiche della giornata.
Gli zii parlarono anche a Gertrude, come portava la convenienza in quel
giorno: e uno di loro, il qual pareva che, piú dell'altro, conoscesse
ogni persona, ogni carrozza, ogni livrea, e aveva ogni momento qualcosa
da dire del signor tale e della signora tal altra, si voltò a lei
tutt'a un tratto, e le disse:
|
“
ah furbetta! voi date un calcio a tutte
queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate negl'impicci noi
poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate in paradiso
in carrozza.
”
|
|
Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le
torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era
corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S'entrò
nella sala della conversazione. La sposina ne fu l'idolo, il trastullo,
la vittima. Ognuno la voleva per sé: chi si faceva prometter dolci, chi
prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi della
madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, chi
discorreva, con gran sapore, della gran figura ch'essa avrebbe fatta
là. Altri, che non avevan potuto ancora avvicinarsi a Gertrude così
assediata, stavano spiando l'occasione di farsi innanzi, e sentivano un
certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro dovere. A poco a
poco, la compagnia s'andò dileguando; tutti se n'andarono senza
rimorso, e Gertrude rimase sola co' genitori e il fratello.
disse il principe,
|
“
ho avuto la consolazione di veder mia
figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche lei s'è
portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la
prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia.
”
|
|
Si cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti presto la
mattina seguente.
Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po'
gonfiata da tutti que' complimenti, si rammentò in quel punto ciò che
aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre così disposto a
compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle approfittare
dell'auge in cui si trovava, per acquietare almeno una delle passioni
che la tormentavano. Mostrò quindi una gran ripugnanza a trovarsi con
colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere.
disse il principe:
|
“
v'ha mancato di rispetto colei! Domani,
domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare a me, che le farò
conoscere chi è lei, e chi siete voi. E a ogni modo, una figlia della
quale io son contento, non deve vedersi intorno una persona che le
dispiaccia.
”
|
|
Così detto, fece chiamare un'altra donna, e le ordinò di
servir Gertrude; la quale intanto, masticando e assaporando la
soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così poco
sugo, in paragone del desiderio che n'aveva avuto. Ciò che, anche suo
malgrado, s'impossessava di tutto il suo animo, era il sentimento de'
gran progressi che aveva fatti, in quella giornata, sulla strada del
chiostro, il pensiero che a ritirarsene ora ci vorrebbe molta piú forza
e risolutezza di quella che sarebbe bastata pochi giorni prima, e che
pure non s'era sentita d'avere.
La donna che andò ad accompagnarla in camera, era una vecchia di casa,
stata già governante del principino, che aveva ricevuto appena uscito
dalle fasce, e tirato su fino all'adolescenza, e nel quale aveva
riposte tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Era
essa contenta della decisione fatta in quel giorno, come d'una sua
propria fortuna; e Gertrude, per ultimo divertimento, dovette succiarsi
le congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia, e sentir parlare
di certe sue zie e prozie, le quali s'eran trovate ben contente d'esser
monache, perché, essendo di quella casa, avevan sempre goduto i primi
onori, avevan sempre saputo tenere uno zampino di fuori, e, dal loro
parlatorio, avevano ottenuto cose che le piú gran dame, nelle loro
sale, non c'eran potute arrivare. Le parlò delle visite che avrebbe
ricevute: un giorno poi, verrebbe il signor principino con la sua
sposa, la quale doveva esser certamente una gran signorona; e allora,
non solo il monastero, ma tutto il paese sarebbe in moto. La vecchia
aveva parlato mentre spogliava Gertrude, quando Gertrude era a letto;
parlava ancora, che Gertrude dormiva. La giovinezza e la fatica erano
state piú forti de' pensieri. Il sonno fu affannoso, torbido, pieno di
sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce strillante della vecchia,
che venne a svegliarla, perché si preparasse per la gita di Monza.
|
“
Andiamo, andiamo, signora sposina: è giorno fatto; e prima che sia
vestita e pettinata, ci vorrà un'ora almeno. La signora principessa si
sta vestendo; e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito. Il
signor principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su, ed è
all'ordine per partire quando si sia. Vispo come una lepre, quel
diavoletto: ma! è stato così fin da bambino; e io posso dirlo, che l'ho
portato in collo. Ma quand'è pronto, non bisogna farlo aspettare,
perché, sebbene sia della miglior pasta del mondo, allora
s'impazientisce e strepita. Poveretto! bisogna compatirlo: è il suo
naturale; e poi questa volta avrebbe anche un po' di ragione, perché
s'incomoda per lei. Guai chi lo tocca in que' momenti! non ha riguardo
per nessuno, fuorché per il signor principe. Ma finalmente non ha sopra
di sé che il signor principe, e un giorno, il signor principe sarà lui;
piú tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta, signorina! Perché mi
guarda così incantata? A quest'ora dovrebbe esser fuor della cuccia.
”
|
|
All'immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che
s'erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron
subito, come uno stormo di passere all'apparir del nibbio. Ubbidì, si
vestì in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i
genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a
braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que'
tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile.
Quando vennero a avvertir ch'era attaccato, il principe tirò la figlia
in disparte, e le disse:
|
“
orsú, Gertrude, ieri vi siete fatta onore:
oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa
solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima
figura. V'aspettano...
”
|
|
E' inutile dire che il principe aveva spedito
un avviso alla badessa, il giorno avanti.
|
“
V'aspettano, e tutti gli
occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi
domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete
d'essere ammessa a vestir l'abito in quel monastero, dove siete stata
educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la
pura verità. Dite quelle poche parole, con un fare sciolto: che non
s'avesse a dire che v'hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi.
Quelle buone madri non sanno nulla dell'accaduto: è un segreto che deve
restar sepolto nella famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e
dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di che sangue
uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel luogo, fuor
della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi.
”
|
|
Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa
e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in
carrozza. Gl'impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro,
principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema
della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada, il
principe rinnovò l'istruzioni alla figlia, e le ripeté piú volte la
formola della risposta. All'entrare in Monza, Gertrude si sentì
stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante da
non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non so
qual complimento. Ripreso il cammino, s'andò quasi di passo al
monastero, tra gli sguardi de' curiosi, che accorrevano da tutte le
parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura,
davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor piú a Gertrude. Si
smontò tra due ale di popolo, che i servitori facevano stare indietro.
Tutti quegli occhi addosso alla poveretta l'obbligavano a studiar
continuamente il suo contegno: ma piú di tutti quelli insieme, la
tenevano in suggezione i due del padre, a' quali essa, quantunque ne
avesse così gran paura, non poteva lasciar di rivolgere i suoi, ogni
momento. E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come
per mezzo di redini invisibili. Attraversato il primo cortile, s'entrò
in un altro, e lì si vide la porta del chiostro interno, spalancata e
tutta occupata da monache. Nella prima fila, la badessa circondata da
anziane; dietro, altre monache alla rinfusa, alcune in punta di piedi;
in ultimo le converse ritte sopra panchetti. Si vedevan pure qua e là
luccicare a mezz'aria alcuni occhietti, spuntar qualche visino tra le
tonache: eran le piú destre, e le piú coraggiose tra l'educande, che,
ficcandosi e penetrando tra monaca e monaca, eran riuscite a farsi un
po' di pertugio, per vedere anch'esse qualche cosa. Da quella calca
uscivano acclamazioni; si vedevan molte braccia dimenarsi, in segno
d'accoglienza e di gioia. Giunsero alla porta; Gertrude si trovò a viso
a viso con la madre badessa. Dopo i primi complimenti, questa, con una
maniera tra il giulivo e il solenne, le domandò cosa desiderasse in
quel luogo, dove non c'era chi le potesse negar nulla.
cominciò Gertrude; ma, al punto di proferir le parole che
dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino, esitò un
momento, e rimase con gli occhi fissi sulla folla che le stava davanti.
Vide, in quel momento, una di quelle sue note compagne, che la guardava
con un'aria di compassione e di malizia insieme, e pareva che dicesse:
ah! la c'è cascata la brava. Quella vista, risvegliando piú vivi
nell'animo suo tutti gli antichi sentimenti, le restituì anche un po'
di quel poco antico coraggio: e già stava cercando una risposta
qualunque, diversa da quella che le era stata dettata; quando, alzato
lo sguardo alla faccia del padre, quasi per esperimentar le sue forze,
scorse su quella un'inquietudine così cupa, un'impazienza così
minaccevole, che, risoluta per paura, con la stessa prontezza che
avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto terribile, proseguì:
|
“
son qui
a chiedere d'esser ammessa a vestir l'abito religioso, in questo
monastero, dove sono stata allevata così amorevolmente.
”
|
|
La badessa
rispose subito, che le dispiaceva molto, in una tale occasione, che le
regole non le permettessero di dare immediatamente una risposta, la
quale doveva venire dai voti comuni delle suore, e alla quale doveva
precedere la licenza de' superiori. Che però Gertrude, conoscendo i
sentimenti che s'avevan per lei in quel luogo, poteva preveder con
certezza qual sarebbe questa risposta; e che intanto nessuna regola
proibiva alla badessa e alle suore di manifestare la consolazione che
sentivano di quella richiesta. S'alzò allora un frastono confuso di
congratulazioni e d'acclamazioni. Vennero subito gran guantiere colme
di dolci, che furon presentati, prima alla sposina, e dopo ai parenti.
Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altre complimentavan la
madre, altre il principino, la badessa fece pregare il principe che
volesse venire alla grata del parlatorio, dove l'attendeva. Era
accompagnata da due anziane; e quando lo vide comparire,
disse:
|
“
per ubbidire alle regole... per adempire una
formalità indispensabile, sebbene in questo caso... pure devo dirle...
che, ogni volta che una figlia chiede d'essere ammessa a vestir
l'abito,... la superiora, quale io sono indegnamente,... è obbligata
d'avvertire i genitori... che se, per caso... forzassero la volontà
della figlia, incorrerebbero nella scomunica. Mi scuserà...
”
|
|
|
“
Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è troppo
giusto... Ma lei non può dubitare...
”
|
|
|
“
Oh! pensi, signor principe,...
ho parlato per obbligo preciso,... del resto...
”
|
|
|
“
Certo, certo, madre badessa.
”
|
|
Barattate queste poche parole, i due interlocutori s'inchinarono
vicendevolmente, e si separarono, come se a tutt'e due pesasse di
rimaner lì testa testa; e andarono a riunirsi ciascuno alla sua
compagnia, l'uno fuori, l'altra dentro la soglia claustrale. Dato luogo
a un po' d'altre ciarle,
disse il principe:
|
“
Gertrude potrà
presto godersi a suo bell'agio la compagnia di queste madri. Per ora le
abbiamo incomodate abbastanza.
”
|
|
Così detto, fece un inchino; la
famiglia si mosse con lui; si rinnovarono i complimenti, e si partì.
Gertrude, nel tornare, non aveva troppa voglia di discorrere.
Spaventata del passo che aveva fatto, vergognosa della sua
dappocaggine, indispettita contro gli altri e contro sé stessa, faceva
tristamente il conto dell'occasioni, che le rimanevano ancora di dir di
no; e prometteva debolmente e confusamente a sé stessa che, in questa,
o in quella, o in quell'altra, sarebbe piú destra e piú forte. Con
tutti questi pensieri, non le era però cessato affatto il terrore di
quel cipiglio del padre; talché, quando, con un'occhiata datagli alla
sfuggita, poté chiarirsi che sul volto di lui non c'era piú alcun
vestigio di collera, quando anzi vide che si mostrava soddisfattissimo
di lei, le parve una bella cosa, e fu, per un istante, tutta contenta.
Appena arrivati, bisognò rivestirsi e rilisciarsi; poi il desinare, poi
alcune visite, poi la trottata, poi la conversazione, poi la cena.
Sulla fine di questa, il principe mise in campo un altro affare, la
scelta della madrina. Così si chiamava una dama, la quale, pregata da'
genitori, diventava custode e scorta della giovane monacanda, nel tempo
tra la richiesta e l'entratura nel monastero; tempo che veniva speso in
visitar le chiese, i palazzi pubblici, le conversazioni, le ville, i
santuari: tutte le cose in somma piú notabili della città e de'
contorni; affinché le giovani, prima di proferire un voto irrevocabile,
vedessero bene a cosa davano un calcio.
|
“
Bisognerà pensare a una
madrina,
”
|
|
disse il principe:
|
“
perché domani verrà il vicario delle
monache, per la formalità dell'esame, e subito dopo, Gertrude verrà
proposta in capitolo, per esser accettata dalle madri.
”
|
|
Nel dir questo,
s'era voltato verso la principessa; e questa, credendo che fosse un
invito a proporre, cominciava:
Ma il principe
interruppe:
|
“
No, no, signora principessa: la madrina deve prima di
tutto piacere alla sposina; e benché l'uso universale dia la scelta ai
parenti, pure Gertrude ha tanto giudizio, tanta assennatezza, che
merita bene che si faccia un'eccezione per lei.
”
|
|
E qui, voltandosi a
Gertrude, in atto di chi annunzia una grazia singolare, continuò:
|
“
ognuna delle dame che si son trovate questa sera alla conversazione,
ha quel che si richiede per esser madrina d'una figlia della nostra
casa; non ce n'è nessuna, crederei, che non sia per tenersi onorata
della preferenza: scegliete voi.
”
|
|
Gertrude vedeva bene che far questa scelta era dare un nuovo consenso;
ma la proposta veniva fatta con tanto apparato, che il rifiuto, per
quanto fosse umile, poteva parer disprezzo, o almeno capriccio e
leziosaggine. Fece dunque anche quel passo; e nominò la dama che, in
quella sera, le era andata piú a genio; quella cioè che le aveva fatto
piú carezze, che l'aveva piú lodata, che l'aveva trattata con quelle
maniere famigliari, affettuose e premurose, che, ne' primi momenti
d'una conoscenza, contraffanno una antica amicizia.
disse il principe, che desiderava e aspettava appunto quella. Fosse
arte o caso, era avvenuto come quando il giocator di bussolotti
facendovi scorrere davanti agli occhi le carte d'un mazzo, vi dice che
ne pensiate una, e lui poi ve la indovinerà; ma le ha fatte scorrere in
maniera che ne vediate una sola. Quella dama era stata tanto intorno a
Gertrude tutta la sera, l'aveva tanto occupata di sé, che a questa
sarebbe bisognato uno sforzo di fantasia per pensarne un'altra. Tante
premure poi non eran senza motivo: la dama aveva, da molto tempo, messo
gli occhi addosso al principino, per farlo suo genero: quindi
riguardava le cose di quella casa come sue proprie; ed era ben naturale
che s'interessasse per quella cara Gertrude, niente meno de' suoi
parenti piú prossimi.
Il giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero dell'esaminatore che
doveva venire; e mentre stava ruminando se potesse cogliere quella
occasione così decisiva, per tornare indietro, e in qual maniera, il
principe la fece chiamare.
le disse:
|
“
finora vi
siete portata egregiamente: oggi si tratta di coronar l'opera. Tutto
quel che s'è fatto finora, s'è fatto di vostro consenso. Se in questo
tempo vi fosse nato qualche dubbio, qualche pentimentuccio, grilli di
gioventú, avreste dovuto spiegarvi; ma al punto a cui sono ora le cose,
non è piú tempo di far ragazzate. Quell'uomo dabbene che deve venire
stamattina, vi farà cento domande sulla vostra vocazione: e se vi fate
monaca di vostra volontà, e il perché e il per come, e che so io? Se
voi titubate nel rispondere, vi terrà sulla corda chi sa quanto.
Sarebbe un'uggia, un tormento per voi; ma ne potrebbe anche venire un
altro guaio piú serio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche che si son
fatte, ogni piú piccola esitazione che si vedesse in voi, metterebbe a
repentaglio il mio onore, potrebbe far credere ch'io avessi presa una
vostra leggerezza per una ferma risoluzione, che avessi precipitato la
cosa, che avessi... che so io? In questo caso, mi troverei nella
necessità di scegliere tra due partiti dolorosi: o lasciar che il mondo
formi un tristo concetto della mia condotta: partito che non può stare
assolutamente con ciò che devo a me stesso. O svelare il vero motivo
della vostra risoluzione e...
”
|
|
Ma qui, vedendo che Gertrude era
diventata scarlatta, che le si gonfiavan gli occhi, e il viso si
contraeva, come le foglie d'un fiore, nell'afa che precede la burrasca,
troncò quel discorso, e, con aria serena, riprese:
|
“
via, via, tutto
dipende da voi, dal vostro buon giudizio. So che n'avete molto, e non
siete ragazza da guastar sulla fine una cosa fatta bene; ma io doveva
preveder tutti i casi. Non se ne parli piú; e restiam d'accordo che voi
risponderete con franchezza, in maniera di non far nascer dubbi nella
testa di quell'uomo dabbene. Così anche voi ne sarete fuori piú
presto.
”
|
|
E qui, dopo aver suggerita qualche risposta all'interrogazioni
piú probabili, entrò nel solito discorso delle dolcezze e de' godimenti
ch'eran preparati a Gertrude nel monastero; e la trattenne in quello,
fin che venne un servitore ad annunziare il vicario. Il principe
rinnovò in fretta gli avvertimenti piú importanti, e lasciò la figlia
sola con lui, com'era prescritto.
L'uomo dabbene veniva con un po' d'opinione già fatta che Gertrude
avesse una gran vocazione al chiostro: perché così gli aveva detto il
principe, quando era stato a invitarlo. E' vero che il buon prete, il
quale sapeva che la diffidenza era una delle virtú piú necessarie nel
suo ufizio, aveva per massima d'andar adagio nel credere a simili
proteste, e di stare in guardia contro le preoccupazioni; ma ben di
rado avviene che le parole affermative e sicure d'una persona
autorevole, in qualsivoglia genere, non tingano del loro colore la
mente di chi le ascolta.
Dopo i primi complimenti,
le disse,
|
“
io vengo a far la
parte del diavolo; vengo a mettere in dubbio ciò che, nella sua
supplica lei ha dato per certo; vengo a metterle davanti agli occhi le
difficoltà, e ad accertarmi se le ha ben considerate. Si contenti ch'io
le faccia qualche interrogazione.
”
|
|
rispose Gertrude.
Il buon prete cominciò allora a interrogarla, nella forma prescritta
dalle regole.
|
“
Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione
di farsi monaca? Non sono state adoperate minacce, o lusinghe? Non s'è
fatto uso di nessuna autorità, per indurla a questo? Parli senza
riguardi, e con sincerità, a un uomo il cui dovere è di conoscere la
sua vera volontà, per impedire che non le venga usata violenza in
nessun modo.
”
|
|
La vera risposta a una tale domanda s'affacciò subito alla mente di
Gertrude, con un'evidenza terribile. Per dare quella risposta,
bisognava venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata,
raccontare una storia... L'infelice rifuggì spaventata da questa idea;
cercò in fretta un'altra risposta; ne trovò una sola che potesse
liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la piú contraria al
vero.
disse, nascondendo il suo turbamento,
|
“
mi fo
monaca, di mio genio, liberamente.
”
|
|
|
“
Da quanto tempo le è nato codesto pensiero?
”
|
|
domandò ancora il buon
prete.
rispose Gertrude, divenuta, dopo quel primo passo,
piú franca a mentire contro se stessa.
|
“
Ma quale è il motivo principale che la induce a farsi monaca?
”
|
|
Il buon prete non sapeva che terribile tasto toccasse; e Gertrude si
fece una gran forza per non lasciar trasparire sul viso l'effetto che
quelle parole le producevano nell'animo.
disse,
|
“
è di
servire a Dio, e di fuggire i pericoli del mondo.
”
|
|
|
“
Non sarebbe mai qualche disgusto? qualche... mi scusi... capriccio?
Alle volte, una cagione momentanea può fare un'impressione che par che
deva durar sempre; e quando poi la cagione cessa, e l'animo si muta,
allora...
”
|
|
rispose precipitosamente Gertrude:
|
“
la cagione è quella che
le ho detto.
”
|
|
Il vicario, piú per adempire interamente il suo obbligo, che per la
persuasione che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande; ma
Gertrude era determinata d'ingannarlo. Oltre il ribrezzo che le
cagionava il pensiero di render consapevole della sua debolezza quel
grave e dabben prete, che pareva così lontano dal sospettar tal cosa di
lei; la poveretta pensava poi anche ch'egli poteva bene impedire che si
facesse monaca; ma lì finiva la sua autorità sopra di lei, e la sua
protezione. Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col principe. E
qualunque cosa avesse poi a patire in quella casa, il buon prete non
n'avrebbe saputo nulla, o sapendolo, con tutta la sua buona intenzione,
non avrebbe potuto far altro che aver compassione di lei, quella
compassione tranquilla e misurata, che, in generale, s'accorda, come
per cortesia, a chi abbia dato cagione o pretesto al male che gli
fanno. L'esaminatore fu prima stanco d'interrogare, che la sventurata
di mentire: e, sentendo quelle risposte sempre conformi, e non avendo
alcun motivo di dubitare della loro schiettezza, mutò finalmente
linguaggio; si rallegrò con lei, le chiese, in certo modo, scusa d'aver
tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva piú
atto a confermarla nel buon proposito; e si licenziò.
Attraversando le sale per uscire, s'abbatté nel principe, il quale
pareva che passasse di là a caso; e con lui pure si congratulò delle
buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliuola. Il principe
era stato fino allora in una sospensione molto penosa: a quella
notizia, respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di
corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un
giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è
questo guazzabuglio del cuore umano.
Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e di
divertimenti. E neppure descriveremo, in particolare e per ordine, i
sentimenti dell'animo suo in tutto quel tempo: sarebbe una storia di
dolori e di fluttuazioni, troppo monotona, e troppo somigliante alle
cose già dette. L'amenità de' luoghi, la varietà degli oggetti, quello
svago che pur trovava nello scorrere in qua e in là all'aria aperta, le
rendevan piú odiosa l'idea del luogo dove alla fine si smonterebbe per
l'ultima volta, per sempre. Piú pungenti ancora eran l'impressioni che
riceveva nelle conversazioni e nelle feste. La vista delle spose alle
quali si dava questo titolo nel senso piú ovvio e piú usitato, le
cagionava un'invidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l'aspetto
di qualche altro personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare
quel titolo, dovesse trovarsi il colmo d'ogni felicità. Talvolta la
pompa de' palazzi, lo splendore degli addobbi, il brulichìo e il
fracasso giulivo delle feste, le comunicavano un'ebbrezza, un ardor
tale di viver lieto, che prometteva a se stessa di disdirsi, di soffrir
tutto, piuttosto che tornare all'ombra fredda e morta del chiostro. Ma
tutte quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione piú riposata
delle difficoltà, al solo fissar gli occhi in viso al principe.
Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre que'
godimenti, gliene rendeva arnaro e penoso quel piccol saggio; come
l'infermo assetato guarda con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il
cucchiaio d'acqua che il medico gli concede a fatica. Intanto il
vicario delle monache ebbe rilasciata l'attestazione necessaria, e
venne la licenza di tenere il capitolo per l'accettazione di Gertrude.
Il capitolo si tenne; concorsero, com'era da aspettarsi, i due terzi
de' voti segreti ch'eran richiesti da' regolamenti; e Gertrude fu
accettata. Lei medesima, stanca di quel lungo strazio, chiese allora
d'entrar piú presto che fosse possibile, nel monastero. Non c'era
sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza. Fu dunque fatta la
sua volontà; e, condotta pomposamente al monastero, vestì l'abito. Dopo
dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si
trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o
dire un no piú strano, piú inaspettato, piú scandaloso che mai, o
ripetere un sì tante volte detto; lo ripeté, e fu monaca per sempre.
E' una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione
cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia
congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c'è
rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per
metterlo in opera, a qualunque costo; se non c'è, essa dà il modo di
far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessita
virtú. Insegna a continuare con sapienza ciò ch'è stato intrapreso per
leggerezza; piega l'animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato
imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è
irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur
francamente, tutte le gioie della vocazione. E' una strada così fatta
che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l'uomo capiti ad
essa, e vi faccia un passo, può d'allora in poi camminare con sicurezza
e di buona voglia, e arrivar lietamente a un lieto fine. Con questo
mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta,
comunque lo fosse divenuta. Ma l'infelice si dibatteva in vece sotto il
giogo, e così ne sentiva piú forte il peso e le scosse. Un rammarico
incessante della libertà perduta, l'abborrimento dello stato presente,
un vagar faticoso dietro a desidèri che non sarebbero mai soddisfatti,
tali erano le principali occupazioni dell'animo suo. Rimasticava
quell'amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze per
le quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente col
pensiero ciò che aveva fatto con l'opera; accusava sé di dappocaggine,
altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e
piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventú destinata a struggersi
in un lento martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna,
in qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente
godersi nel mondo que' doni.
La vista di quelle monache che avevan tenuto di mano a tirarla là
dentro, le era odiosa. Si ricordava l'arti e i raggiri che avevan messi
in opera, e le pagava con tante sgarbatezze, con tanti dispetti, e
anche con aperti rinfacciamenti. A quelle conveniva le piú volte mandar
giú e tacere: perché il principe aveva ben voluto tiranneggiar la
figlia quanto era necessario per ispingerla al chiostro; ma ottenuto
l'intento, non avrebbe così facilmente sofferto che altri pretendesse
d'aver ragione contro il suo sangue: e ogni po' di rumore che avesser
fatto, poteva esser cagione di far loro perdere quella gran protezione,
o cambiar per avventura il protettore in nemico. Pare che Gertrude
avrebbe dovuto sentire una certa propensione per l'altre suore, che non
avevano avuto parte in quegl'intrighi, e che, senza averla desiderata
per compagna, l'amavano come tale; e pie, occupate e ilari, le
mostravano col loro esempio come anche là dentro si potesse non solo
vivere, ma starci bene. Ma queste pure le erano odiose, per un altro
verso. La loro aria di pietà e di contentezza le riusciva come un
rimprovero della sua inquietudine, e della sua condotta bisbetica; e
non lasciava sfuggire occasione di deriderle dietro le spalle, come
pinzochere, o di morderle come ipocrite. Forse sarebbe stata meno
avversa ad esse, se avesse saputo o indovinato che le poche palle nere,
trovate nel bossolo che decise della sua accettazione, c'erano appunto
state messe da quelle.
Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare,
nell'esser corteggiata in monastero, nel ricever visite di complimento
da persone di fuori, nello spuntar qualche impegno, nello spendere la
sua protezione, nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni!
Il cuore, trovandosene così poco appagato, avrebbe voluto di quando in
quando aggiungervi, e goder con esse le consolazioni della religione;
ma queste non vengono se non a chi trascura quell'altre: come il
naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in salvo sulla
riva, deve pure allargare il pugno, e abbandonar l'alghe, che aveva
prese, per una rabbia d'istinto.
Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra
dell'educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette, sotto
una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite; ma lei
serbava vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo o in un
altro, l'allieve dovevan portarne il peso. Quando le veniva in mente
che molte di loro eran destinate a vivere in quel mondo dal quale essa
era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine un astio, un
desiderio quasi di vendetta; e le teneva sotto, le bistrattava, faceva
loro scontare anticipatamente i piaceri che avrebber goduti un giorno.
Chi avesse sentito, in que' momenti, con che sdegno magistrale le
gridava, per ogni piccola scappatella, l'avrebbe creduta una donna
d'una spiritualità salvatica e indiscreta. In altri momenti, lo stesso
orrore per il chiostro, per la regola, per l'ubbidienza, scoppiava in
accessi d'umore tutto opposto. Allora, non solo sopportava la
svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma l'eccitava; si mischiava ne'
loro giochi, e li rendeva piú sregolati; entrava a parte de' loro
discorsi, e li spingeva piú in là dell'intenzioni con le quali esse gli
avevano incominciati. Se qualcheduna diceva una parola sul cicalìo
della madre badessa, la maestra lo imitava lungamente, e ne faceva una
scena di commedia; contraffaceva il volto d'una monaca, l'andatura
d'un'altra: rideva allora sgangheratamente; ma eran risa che non la
lasciavano piú allegra di prima. Così era vissuta alcuni anni, non
avendo comodo, né occasione di far di piú; quando la sua disgrazia
volle che un'occasione si presentasse.
Tra l'altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per
compensarla di non poter esser badessa, c'era anche quello di stare in
un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una casa
abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de' tanti, che,
in que' tempi, e co' loro sgherri, e con l'alleanze d'altri scellerati,
potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle
leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato.
Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel
quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar
1ì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall'empietà
dell'impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata
rispose.
In que' primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma
viva. Nel vòto uggioso dell'animo suo s'era venuta a infondere
un'occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma
quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà
ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a
sostenere i tormenti. Si videro, nello stesso tempo, di gran novità in
tutta la sua condotta: divenne, tutt'a un tratto, piú regolare, piú
tranquilla, smesse gli scherni e il brontolìo, si mostrò anzi
carezzevole e manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a vicenda
del cambiamento felice; lontane com'erano dall'immaginarne il vero
motivo, e dal comprendere che quella nuova virtú non era altro che
ipocrisia aggiunta all'antiche magagne. Quell'apparenza però, quella,
per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo, almeno con
quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i soliti
dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l'imprecazioni
e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in un
linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca. Però, ad
ognuna di queste scappate veniva dietro un pentimento, una gran cura di
farle dimenticare, a forza di moine e buone parole. Le suore
sopportavano alla meglio tutti questi alt'e bassi, e gli attribuivano
all'indole bisbetica e leggiera della signora.
Per qualche tempo, non parve che nessuna pensasse piú in là; ma un
giorno che la signora, venuta a parole con una conversa, per non so che
pettegolezzo, si lasciò andare a maltrattarla fuor di modo, e non la
finiva piú, la conversa, dopo aver sofferto, ed essersi morse le labbra
un pezzo, scappatale finalmente la pazienza, buttò là una parola, che
lei sapeva qualche cosa, e, che, a tempo e luogo, avrebbe parlato. Da
quel momento in poi, la signora non ebbe piú pace. Non passò però molto
tempo, che la conversa fu aspettata in vano, una mattina, a' suoi ufizi
consueti: si va a veder nella sua cella, e non si trova: è chiamata ad
alta voce; non risponde: cerca di qua, cerca di là, gira e rigira,
dalla cima al fondo; non c'è in nessun luogo. E chi sa quali congetture
si sarebber fatte, se, appunto nel cercare, non si fosse scoperto una
buca nel muro dell'orto; la qual cosa fece pensare a tutte, che fosse
sfrattata di là. Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, e
principalmente a Meda, di dov'era quella conversa; si scrisse in varie
parti: non se n'ebbe mai la piú piccola notizia. Forse se ne sarebbe
potuto saper di piú, se, in vece di cercar lontano, si fosse scavato
vicino. Dopo molte maraviglie, perché nessuno l'avrebbe creduta capace
di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che doveva essere andata
lontano, lontano. E perché scappò detto a una suora:
|
“
s'è rifugiata in
Olanda di sicuro,
”
|
|
si disse subito, e si ritenne per un pezzo, nel
monastero e fuori, che si fosse rifugiata in Olanda. Non pare però che
la signora fosse di questo parere. Non già che mostrasse di non
credere, o combattesse l'opinion comune, con sue ragioni particolari:
se ne aveva, certo, ragioni non furono mai così ben dissimulate; né
c'era cosa da cui s'astenesse piú volentieri che da rimestar quella
storia, cosa di cui si curasse meno che di toccare il fondo di quel
mistero. Ma quanto meno ne parlava, tanto piú ci pensava. Quante volte
al giorno l'immagine di quella donna veniva a cacciarsi d'improvviso
nella sua mente, e si piantava 1ì, e non voleva moversi! Quante volte
avrebbe desiderato di vedersela dinanzi viva e reale, piuttosto che
averla sempre fissa nel pensiero, piuttosto che dover trovarsi, giorno
e notte, in compagnia di quella forma vana, terribile, impassibile!
Quante volte avrebbe voluto sentir davvero la voce di colei, qualunque
cosa avesse potuto minacciare, piuttosto che aver sempre nell'intimo
dell'orecchio mentale il susurro fantastico di quella stessa voce, e
sentirne parole ripetute con una pertinacia, con un'insistenza
infaticabile, che nessuna persona vivente non ebbe mai!
Era scorso circa un anno dopo quel fatto, quando Lucia fu presentata
alla signora, ed ebbe con lei quel colloquio al quale siam rimasti col
racconto. La signora moltiplicava le domande intorno alla persecuzione
di don Rodrigo, e entrava in certi particolari, con una intrepidezza,
che riuscì e doveva riuscire piú che nuova a Lucia, la quale non aveva
mai pensato che la curiosità delle monache potesse esercitarsi intorno
a simili argomenti. I giudizi poi che quella frammischiava
all'interrogazioni, o che lasciava trasparire, non eran meno strani.
Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo che Lucia aveva sempre avuto
di quel signore, e domandava se era un mostro, da far tanta paura:
pareva quasi che avrebbe trovato irragionevole e sciocca la ritrosia
della giovine, se non avesse avuto per ragione la preferenza data a
Renzo. E su questo pure s'avanzava a domande, che facevano stupire e
arrossire l'interrogata. Avvedendosi poi d'aver troppo lasciata correr
la lingua dietro agli svagamenti del cervello, cercò di correggere e
d'interpretare in meglio quelle sue ciarle; ma non poté fare che a
Lucia non ne rimanesse uno stupore dispiacevole, e come un confuso
spavento. E appena poté trovarsi sola con la madre, se n'aprì con lei;
ma Agnese, come piú esperta, sciolse, con poche parole, tutti que'
dubbi, e spiegò tutto il mistero.
|
“
Non te ne far maraviglia,
”
|
|
disse:
|
“
quando avrai conosciuto il mondo quanto me, vedrai che non son cose da
farsene maraviglia. I signori, chi piú, chi meno, chi per un verso, chi
per un altro, han tutti un po' del matto. Convien lasciarli dire,
principalmente quando s'ha bisogno di loro; far vista d'ascoltarli sul
serio, come se dicessero delle cose giuste. Hai sentito come m'ha dato
sulla voce, come se avessi detto qualche gran sproposito? Io non me ne
son fatta caso punto. Son tutti così. E con tutto ciò, sia ringraziato
il cielo, che pare che questa signora t'abbia preso a ben volere, e
voglia proteggerci davvero. Del resto, se camperai, figliuola mia, e se
t'accaderà ancora d'aver che fare con de' signori, ne sentirai, ne
sentirai, ne sentirai.
”
|
|
Il desiderio d'obbligare il padre guardiano, la compiacenza di
proteggere, il pensiero del buon concetto che poteva fruttare la
protezione impiegata così santamente, una certa inclinazione per Lucia,
e anche un certo sollievo nel far del bene a una creatura innocente,
nel soccorrere e consolare oppressi, avevan realmente disposta la
signora a prendersi a petto la sorte delle due povere fuggitive. A sua
richiesta, e a suo riguardo, furono alloggiate nel quartiere della
fattoressa attiguo al chiostro, e trattate come se fossero addette al
servizio del monastero. La madre e la figlia si rallegravano insieme
d'aver trovato così presto un asilo sicuro e onorato. Avrebber anche
avuto molto piacere di rimanervi ignorate da ogni persona; ma la cosa
non era facile in un monastero: tanto piu che c'era un uomo troppo
premuroso d'aver notizie d'una di loro, e nell'animo del quale, alla
passione e alla picca di prima s'era aggiunta anche la stizza d'essere
stato prevenuto e deluso. E noi, lasciando le donne nel loro ricovero,
torneremo al palazzotto di costui, nell'ora in cui stava attendendo
l'esito della sua scellerata spedizione.
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