|
La folla rimasta indietro cominciò a sbandarsi, a diramarsi a destra e
a sinistra, per questa e per quella strada. Chi andava a casa, a
accudire anche alle sue faccende; chi s'allontanava, per respirare un
po' al largo, dopo tante ore di stretta; chi, in cerca d'amici, per
ciarlare de' gran fatti della giornata. Lo stesso sgombero s'andava
facendo dall'altro sbocco della strada, nella quale la gente restò
abbastanza rada perché quel drappello di spagnoli potesse, senza trovar
resistenza, avanzarsi, e postarsi alla casa del vicario. Accosto a
quella stava ancor condensato il fondaccio, per dir così, del tumulto;
un branco di birboni, che malcontenti d'una fine così fredda e così
imperfetta d'un così grand'apparato, parte brontolavano, parte
bestemmiavano, parte tenevan consiglio, per veder se qualche cosa si
potesse ancora intraprendere; e, come per provare, andavano
urtacchiando e pigiando quella povera porta, ch'era stata di nuovo
appuntellata alla meglio. All'arrivar del drappello, tutti coloro, chi
diritto diritto, chi baloccandosi, e come a stento, se n'andarono dalla
parte opposta, lasciando il campo libero a' soldati, che lo presero, e
vi si postarono, a guardia della casa e della strada. Ma tutte le
strade del contorno erano seminate di crocchi: dove c'eran due o tre
persone ferme, se ne fermavano tre, quattro, venti altre: qui
qualcheduno si staccava; là tutto un crocchio si moveva insieme: era
come quella nuvolaglia che talvolta rimane sparsa, e gira per l'azzurro
del cielo, dopo una burrasca; e fa dire a chi guarda in su: questo
tempo non è rimesso bene. Pensate poi che babilonia di discorsi. Chi
raccontava con enfasi i casi particolari che aveva visti; chi
raccontava ciò che lui stesso aveva fatto; chi si rallegrava che la
cosa fosse finita bene, e lodava Ferrer, e pronosticava guai seri per
il vicario; chi, sghignazzando, diceva:
|
“
non abbiate paura, che non
l'ammazzeranno: il lupo non mangia la carne del lupo;
”
|
|
chi piú
stizzosamente mormorava che non s'eran fatte le cose a dovere, ch'era
un inganno, e ch'era stata una pazzia il far tanto chiasso, per
lasciarsi poi canzonare in quella maniera.
Intanto il sole era andato sotto, le cose diventavan tutte d'un colore;
e molti, stanchi della giornata e annoiati di ciarlare al buio,
tornavano verso casa. Il nostro giovine, dopo avere aiutato il
passaggio della carrozza, finché c'era stato bisogno d'aiuto, e esser
passato anche lui dietro a quella, tra le file de' soldati, come in
trionfo, si rallegrò quando la vide correr liberamente, e fuor di
pericolo; fece un po' di strada con la folla, e n'uscì, alla prima
cantonata, per respirare anche lui un po' liberamente. Fatto ch'ebbe
pochi passi al largo, in mezzo all'agitazione di tanti sentimenti, di
tante immagini, recenti e confuse, sentì un gran bisogno di mangiare e
di riposarsi; e cominciò a guardare in su, da una parte e dall'altra,
cercando un'insegna d'osteria; giacché, per andare al convento de'
cappuccini, era troppo tardi. Camminando così con la testa per aria, si
trovò a ridosso a un crocchio; e fermatosi, sentì che vi discorrevan di
congetture, di disegni, per il giorno dopo. Stato un momento a sentire,
non poté tenersi di non dire anche lui la sua; parendogli che potesse
senza presunzione proporre qualche cosa chi aveva fatto tanto. E
persuaso, per tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che ormai, per
mandare a effetto una cosa, bastasse farla entrare in grazia a quelli
che giravano per le strade,
gridò, in tono d'esordio:
|
“
devo dire anch'io il mio debol parere? Il mio debol parere è questo:
che non è solamente nell'affare del pane che si fanno delle
bricconerie: e giacché oggi s'è visto chiaro che, a farsi sentire,
s'ottiene quel che è giusto; bisogna andar avanti così, fin che non si
sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo
vada un po' piú da cristiani. Non è vero, signori miei, che c'è una
mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio de' dieci comandamenti,
e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per farle ogni
male, e poi hanno sempre ragione? anzi quando n'hanno fatta una piú
grossa del solito, camminano con la testa piú alta, che par che gli
s'abbia a rifare il resto? Già anche in Milano ce ne dev'essere la sua
parte.
”
|
|
disse una voce.
riprese Renzo:
|
“
già le storie si raccontano anche da
noi. E poi la cosa parla da sé. Mettiamo, per esempio, che qualcheduno
di costoro che voglio dir io stia un po' in campagna, un po' in Milano:
se è un diavolo là, non vorrà esser un angiolo qui; mi pare. Dunque mi
dicano un poco, signori miei, se hanno mai visto uno di questi col muso
all'inferriata. E quel che è peggio (e questo lo posso dir io di
sicuro), è che le gride ci sono, stampate, per gastigarli: e non già
gride senza costrutto; fatte benissimo, che noi non potremmo trovar
niente di meglio; ci son nominate le bricconerie chiare, proprio come
succedono; e a ciascheduna, il suo buon gastigo. E dice: sia chi si
sia, vili e plebei, e che so io. Ora, andate a dire ai dottori, scribi
e farisei, che vi facciano far giustizia, secondo che canta la grida:
vi dànno retta come il papa ai furfanti: cose da far girare il cervello
a qualunque galantuomo. Si vede dunque chiaramente che il re, e quelli
che comandano, vorrebbero che i birboni fossero gastigati; ma non se ne
fa nulla, perché c'è una lega. Dunque bisogna romperla; bisogna andar
domattina da Ferrer, che quello è un galantuomo, un signore alla mano;
e oggi s'è potuto vedere com'era contento di trovarsi con la povera
gente, e come cercava di sentir le ragioni che gli venivan dette, e
rispondeva con buona grazia. Bisogna andar da Ferrer, e dirgli come
stanno le cose; e io, per la parte mia, gliene posso raccontar delle
belle; che ho visto io, co' miei occhi, una grida con tanto d'arme in
cima, ed era stata fatta da tre di quelli che possono, che d'ognuno
c'era sotto il suo nome bell'e stampato, e uno di questi nomi era
Ferrer, visto da me, co' miei occhi: ora, questa grida diceva proprio
le cose giuste per me; e un dottore al quale io gli dissi che dunque mi
facesse render giustizia, com'era l'intenzione di que' tre signori, tra
i quali c'era anche Ferrer, questo signor dottore, che m'aveva fatto
veder la grida lui medesimo, che è il piú bello, ah! ah! pareva che gli
dicessi delle pazzie. Son sicuro che, quando quel caro vecchione
sentirà queste belle cose; che lui non le può saper tutte, specialmente
quelle di fuori; non vorrà più che il mondo vada così, e ci metterà un
buon rimedio. E poi, anche loro, se fanno le gride, devono aver piacere
che s'ubbidisca: che è anche un disprezzo, un pitaffio col loro nome,
contarlo per nulla. E se i prepotenti non vogliono abbassar la testa, e
fanno il pazzo, siam qui noi per aiutarlo, come s'è fatto oggi. Non
dico che deva andar lui in giro, in carrozza, ad acchiappar tutti i
birboni, prepotenti e tiranni: sì; ci vorrebbe l'arca di Noè. Bisogna
che lui comandi a chi tocca, e non solamente in Milano, ma per tutto,
che faccian le cose conforme dicon le gride; e formare un buon processo
addosso a tutti quelli che hanno commesso di quelle bricconerie; e dove
dice prigione, prigione; dove dice galera, galera; e dire ai podestà
che faccian davvero; se no, mandarli a spasso, e metterne de' meglio: e
poi, come dico, ci saremo anche noi a dare una mano. E ordinare a'
dottori che stiano a sentire i poveri e parlino in difesa della
ragione. Dico bene, signori miei?
”
|
|
Renzo aveva parlato tanto di cuore, che, fin dall'esordio, una gran
parte de' radunati, sospeso ogni altro discorso, s'eran rivoltati a
lui; e, a un certo punto, tutti erano divenuti suoi uditori. Un grido
confuso d'applausi, di
|
“
bravo: sicuro: ha ragione: è vero pur troppo,
”
|
|
fu come la risposta dell'udienza. Non mancaron però i critici.
diceva uno:
|
“
dar retta a' montanari: son tutti avvocati;
”
|
|
e se ne
andava.
mormorava un altro,
|
“
ogni scalzacane vorrà dir la sua; e
a furia di metter carne a fuoco, non s'avrà il pane a buon mercato; che
è quello per cui ci siam mossi.
”
|
|
Renzo però non sentì che i
complimenti; chi gli prendeva una mano, chi gli prendeva l'altra.
|
“
A
rivederci a domani.
”
|
|
|
“
Sulla piazza del duomo.
”
|
|
|
“
Chi è di questi bravi signori che voglia insegnarmi un'osteria, per
mangiare un boccone, e dormire da povero figliuolo?
”
|
|
disse Renzo.
|
“
Son qui io a servirvi, quel bravo giovine,
”
|
|
disse uno, che aveva
ascoltata attentamente la predica, e non aveva detto ancor nulla.
|
“
Conosco appunto un'osteria che farà al caso vostro; e vi raccomanderò
al padrone, che è mio amico, e galantuomo.
”
|
|
domandò Renzo.
rispose colui.
La radunata si sciolse; e Renzo, dopo molte strette di mani
sconosciute, s'avviò con lo sconosciuto, ringraziandolo della sua
cortesia.
diceva colui:
|
“
una mano lava l'altra, e tutt'e due
lavano il viso. Non siamo obbligati a far servizio al prossimo?
”
|
|
E
camminando, faceva a Renzo, in aria di discorso, ora una, ora un'altra
domanda.
|
“
Non per sapere i fatti vostri; ma voi mi parete molto
stracco: da che paese venite?
”
|
|
rispose Renzo,
|
“
Fin da Lecco? Di Lecco siete?
”
|
|
|
“
Di Lecco... cioè del territorio.
”
|
|
|
“
Povero giovine! per quanto ho potuto intendere da' vostri discorsi, ve
n'hanno fatte delle grosse.
”
|
|
|
“
Eh! caro il mio galantuomo! ho dovuto parlare con un po' di politica,
per non dire in pubblico i fatti miei; ma... basta, qualche giorno si
saprà; e allora... Ma qui vedo un'insegna d'osteria; e, in fede mia,
non ho voglia d'andar piú lontano.
”
|
|
|
“
No, no! venite dov'ho detto io, che c'è poco,
”
|
|
disse la guida:
|
“
qui
non istareste bene.
”
|
|
rispose il giovine:
|
“
non sono un signorino avvezzo a star nel
cotone: qualcosa alla buona da mettere in castello, e un saccone, mi
basta: quel che mi preme è di trovar presto l'uno e l'altro. Alla
provvidenza!
”
|
|
Ed entrò in un usciaccio, sopra il quale pendeva
l'insegna della luna piena.
|
“
Bene; vi condurrò qui, giacché vi piace
così,
”
|
|
disse lo sconosciuto; e gli andò dietro.
|
“
Non occorre che v'incomodiate di piú,
”
|
|
rispose Renzo.
soggiunse,
|
“
se venite a bere un bicchiere con me, mi fate piacere.
”
|
|
|
“
Accetterò le vostre grazie,
”
|
|
rispose colui; e andò, come piú pratico
del luogo, innanzi a Renzo, per un cortiletto; s'accostò all'uscio che
metteva in cucina, alzò il saliscendi, aprì, e v'entrò col suo
compagno. Due lumi a mano, pendenti da due pertiche attaccate alla
trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta,
non però in ozio, su due panche, di qua e di là d'una tavola stretta e
lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli,
tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi
buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto. Si vedevano anche
correre berlinghe, reali e parpagliole, che, se avessero potuto
parlare, avrebbero detto probabilmente:
|
“
noi eravamo stamattina nella
ciotola d'un fornaio, o nelle tasche di qualche spettatore del tumulto,
che tutt'intento a vedere come andassero gli affari pubblici, si
dimenticava di vigilar le sue faccendole private.
”
|
|
Il chiasso era
grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al
servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l'oste era a sedere sur
una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza,
in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma
in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. S'alzò, al
rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati. Vista ch'ebbe
la guida,
disse tra sé:
|
“
che tu m'abbia a venir sempre
tra' piedi, quando meno ti vorrei !
”
|
|
Data poi un'occhiata in fretta a
Renzo, disse, ancora tra sé:
|
“
non ti conosco; ma venendo con un tal
cacciatore, o cane o lepre sarai: quando avrai detto due parole, ti
conoscerò.
”
|
|
Però, di queste riflessioni nulla trasparve sulla faccia
dell'oste, la quale stava immobile come un ritratto: una faccia
pienotta e lucente, con una barbetta folta, rossiccia, e due occhietti
chiari e fissi.
|
“
Cosa comandan questi signori?
”
|
|
disse ad alta voce.
|
“
Prima di tutto, un buon fiasco di vino sincero,
”
|
|
disse Renzo:
Così dicendo, si buttò a sedere sur una panca, verso la
cima della tavola, e mandò un
sonoro, come se volesse dire: fa
bene un po' di panca, dopo essere stato, tanto tempo, ritto e in
faccende. Ma gli venne subito in mente quella panca e quella tavola, a
cui era stato seduto l'ultima volta, con Lucia e con Agnese: e mise un
sospiro. Scosse poi la testa, come per iscacciar quel pensiero: e vide
venir l'oste col vino. Il compagno s'era messo a sedere in faccia a
Renzo. Questo gli mescé subito da bere, dicendo:
|
“
per bagnar le
labbra.
”
|
|
E riempito l'altro bicchiere, lo tracannò in un sorso.
|
“
Cosa mi darete da mangiare?
”
|
|
disse poi all'oste.
|
“
Ho dello stufato: vi piace?
”
|
|
disse questo.
|
“
Sì, bravo; dello stufato.
”
|
|
disse l'oste a Renzo; e al garzone:
|
“
servite questo
forestiero.
”
|
|
E s'avviò verso il cammino.
riprese poi, tornando
verso Renzo:
|
“
ma pane, non ce n'ho in questa giornata.
”
|
|
disse Renzo, ad alta voce e ridendo,
|
“
ci ha pensato la
provvidenza.
”
|
|
E tirato fuori il terzo e ultimo di que' pani raccolti
sotto la croce di san Dionigi, l'alzò per aria, gridando:
|
“
ecco il pane
della provvidenza!
”
|
|
All'esclamazione, molti si voltarono; e vedendo quel trofeo in aria,
uno gridò:
|
“
viva il pane a buon mercato!
”
|
|
disse Renzo:
soggiunse subito Renzo,
|
“
non vorrei che lor signori pensassero a
male. Non è ch'io l'abbia, come si suol dire, sgraffignato. L'ho
trovato in terra; e se potessi trovare anche il padrone, son pronto a
pagarglielo.
”
|
|
gridarono, sghignazzando piú forte, i compagnoni; a
nessuno de' quali passò per la mente che quelle parole fossero dette
davvero.
|
“
Credono ch'io canzoni; ma l'è proprio così,
”
|
|
disse Renzo alla sua
guida; e, girando in mano quel pane, soggiunse:
|
“
vedete come l'hanno
accomodato; pare una schiacciata: ma ce n'era del prossimo! Se ci si
trovavan di quelli che han l'ossa un po' tenere, saranno stati
freschi.
”
|
|
E subito, divorati tre o quattro bocconi di quel pane, gli
mandò dietro un secondo bicchier di vino; e soggiunse:
|
“
da sé non vuol
andar giú questo pane. Non ho avuto mai la gola tanto secca. S'è fatto
un gran gridare!
”
|
|
|
“
Preparate un buon letto a questo bravo giovine,
”
|
|
disse la guida:
|
“
perché ha intenzione di dormir qui.
”
|
|
domandò l'oste a Renzo, avvicinandosi alla tavola.
rispose Renzo:
|
“
un letto alla buona; basta che i lenzoli sian
di bucato; perché son povero figliuolo, ma avvezzo alla pulizia.
”
|
|
|
“
Oh, in quanto a questo!
”
|
|
disse l'oste: andò al banco, ch'era in un
angolo della cucina; e ritornò, con un calamaio e un pezzetto di carta
bianca in una mano, e una penna nell'altra.
|
“
Cosa vuol dir questo?
”
|
|
esclamò Renzo, ingoiando un boccone dello
stufato che il garzone gli aveva messo davanti, e sorridendo poi con
maraviglia, soggiunse:
|
“
è il lenzolo di bucato, codesto?
”
|
|
L'oste, senza rispondere, posò sulla tavola il calamaio e la carta; poi
appoggiò sulla tavola medesima il braccio sinistro e il gomito destro;
e, con la penna in aria, e il viso alzato verso Renzo, gli disse:
|
“
fatemi il piacere di dirmi il vostro nome, cognome e patria.
”
|
|
disse Renzo:
|
“
cosa c'entrano codeste storie col letto?
”
|
|
disse l'oste, guardando in viso alla guida:
|
“
noi
siamo obbligati a render conto di tutte le persone che vengono a
alloggiar da noi: nome e cognome, e di che nazione sarà, a che negozio
viene, se ha seco armi... quanto tempo ha di fermarsi in questa
città... Son parole della grida.
”
|
|
Prima di rispondere, Renzo votò un altro bicchiere: era il terzo; e
d'ora in poi ho paura che non li potremo piú contare. Poi disse:
|
“
ah
ah! avete la grida! E io fo conto d'esser dottor di legge; e allora so
subito che caso si fa delle gride.
”
|
|
disse l'oste, sempre guardando il muto compagno di
Renzo; e, andato di nuovo al banco, ne levò dalla cassetta un gran
foglio, un proprio esemplare della grida; e venne a spiegarlo davanti
agli occhi di Renzo.
esclamò questo, alzando con una mano il bicchiere riempito
di nuovo, e rivotandolo subito, e stendendo poi l'altra mano, con un
dito teso, verso la grida:
|
“
ecco quel bel foglio di messale. Me ne
rallegro moltissimo. La conosco quell'arme; so cosa vuol dire quella
faccia d'ariano, con la corda al collo.
”
|
|
(In cima alle gride si metteva
allora l'arme del governatore; e in quella di don Gonzalo Fernandez de
Cordova, spiccava un re moro incatenato per la gola).
|
“
Vuol dire,
quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole. Quando questa
faccia avrà fatto andare in galera il signor don... basta, lo so io;
come dice in un altro foglio di messale compagno a questo; quando avrà
fatto in maniera che un giovine onesto possa sposare una giovine onesta
che è contenta di sposarlo, allora le dirò il mio nome a questa faccia;
le darò anche un bacio per di piú. Posso aver delle buone ragioni per
non dirlo, il mio nome. Oh bella! E se un furfantone, che avesse al suo
comando una mano d'altri furfanti: perché se fosse solo...
”
|
|
e qui finì
la frase con un gesto:
|
“
se un furfantone volesse saper dov'io sono,
per farmi qualche brutto tiro, domando io se questa faccia si moverebbe
per aiutarmi. Devo dire i fatti miei! Anche questa è nuova. Son venuto
a Milano per confessarmi, supponiamo; ma voglio confessarmi da un padre
cappuccino, per modo di dire, e non da un oste.
”
|
|
L'oste stava zitto, e seguitava a guardar la guida, la quale non faceva
dimostrazione di sorte veruna. Renzo, ci dispiace il dirlo, tracannò un
altro bicchiere, e proseguì:
|
“
ti porterò una ragione, il mio caro oste,
che ti capaciterà. Se le gride che parlan bene, in favore de' buoni
cristiani, non contano; tanto meno devon contare quelle che parlan
male. Dunque leva tutti quest'imbrogli, e porta in vece un altro
fiasco; perché questo è fesso.
”
|
|
Così dicendo, lo percosse leggermente
con le nocca, e soggiunse:
|
“
senti, senti, oste, come crocchia.
”
|
|
Anche questa volta, Renzo aveva, a poco a poco, attirata l'attenzione
di quelli che gli stavan d'intorno: e anche questa volta, fu applaudito
dal suo uditorio.
disse l'oste, guardando quello sconosciuto, che non
era tale per lui.
gridaron molti di que' compagnoni:
|
“
ha ragione quel
giovine: son tutte angherie, trappole, impicci: legge nuova oggi, legge
nuova.
”
|
|
In mezzo a queste grida, lo sconosciuto, dando all'oste
un'occhiata di rimprovero, per quell'interrogazione troppo scoperta,
disse:
|
“
lasciatelo un po' fare a suo modo: non fate scene.
”
|
|
|
“
Ho fatto il mio dovere,
”
|
|
disse l'oste, forte; e poi tra sè:
|
“
ora ho le
spalle al muro.
”
|
|
E prese la carta, la penna, il calamaio, la grida, e
il fiasco voto, per consegnarlo al garzone.
disse Renzo:
|
“
che lo trovo galantuomo; e lo
metteremo a letto come l'altro, senza domandargli nome e cognome, e di
che nazione sarà, e cosa viene a fare, e se ha a stare un pezzo in
questa città.
”
|
|
disse l'oste al garzone, dandogli il fiasco; e ritornò
a sedere sotto la cappa del cammino.
pensava,
istoriando di nuovo la cenere:
|
“
e in che mani sei capitato! Pezzo
d'asino! se vuoi affogare, affoga; ma l'oste della luna piena non deve
andarne di mezzo, per le tue pazzie.
”
|
|
Renzo ringraziò la guida, e tutti quegli altri che avevan prese le sue
parti.
disse:
|
“
ora vedo proprio che i galantuomini si
dànno la mano, e si sostengono.
”
|
|
Poi, spianando la destra per aria
sopra la tavola, e mettendosi di nuovo in attitudine di predicatore,
esclamò,
|
“
che tutti quelli che regolano il mondo, voglian
fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna per
aria! Grande smania che hanno que' signori d'adoprar la penna!
”
|
|
|
“
Ehi, quel galantuomo di campagna! volete saperne la ragione?
”
|
|
disse
ridendo uno di que' giocatori, che vinceva.
rispose Renzo.
disse colui:
|
“
che que' signori son loro che
mangian l'oche, e si trovan lì tante penne, tante penne, che qualcosa
bisogna che ne facciano.
”
|
|
Tutti si misero a ridere, fuor che il compagno che perdeva.
disse Renzo:
|
“
è un poeta costui. Ce n'è anche qui de' poeti: già
ne nasce per tutto. N'ho una vena anch'io, e qualche volta ne dico
delle curiose... ma quando le cose vanno bene.
”
|
|
Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che,
presso il volgo di Milano, e del contado ancora piú, poeta non
significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un
abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello
bizzarro e un po' balzano, che, ne' discorsi e ne' fatti, abbia piú
dell'arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel
guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir
loro le cose piú lontane dal loro legittimo significato! Perché, vi
domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?
|
“
Ma la ragione giusta la dirò io,
”
|
|
soggiunse Renzo:
|
“
è perché la penna
la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e
spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti
bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le
inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo. Hanno poi
anche un'altra malizia; che, quando vogliono imbrogliare un povero
figliuolo, che non abbia studiato, ma che abbia un po' di... so io quel
che voglio dire...
”
|
|
e, per farsi intendere, andava picchiando, e come
arietando la fronte con la punta dell'indice;
|
“
e s'accorgono che
comincia a capir l'imbroglio, taffete, buttan dentro nel discorso
qualche parola in latino, per fargli perdere il filo, per confondergli
la testa. Basta; se ne deve smetter dell'usanze! Oggi, a buon conto,
s'è fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani,
se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza
torcere un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia.
”
|
|
Intanto alcuni di que' compagnoni s'eran rimessi a giocare, altri a
mangiare, molti a gridare; alcuni se n'andavano; altra gente arrivava;
l'oste badava agli uni e agli altri: tutte cose che non hanno che fare
con la nostra storia. Anche la sconosciuta guida non vedeva l'ora
d'andarsene; non aveva, a quel che paresse, nessun affare in quel
luogo; eppure non voleva partire prima d'aver chiacchierato un altro
poco con Renzo in particolare. Si voltò a lui, riattaccò il discorso
del pane; e dopo alcune di quelle frasi che, da qualche tempo,
correvano per tutte le bocche, venne a metter fuori un suo progetto.
|
“
Eh! se comandassi io,
”
|
|
disse,
|
“
lo troverei il verso di fare andar le
cose bene.
”
|
|
domandò Renzo, guardandolo con due occhietti
brillanti piú del dovere, e storcendo un po' la bocca, come per star
piú attento.
disse colui:
|
“
vorrei che ci fosse pane per tutti;
tanto per i poveri, come per i ricchi.
”
|
|
disse Renzo.
|
“
Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero campare. E
poi, distribuire il pane in ragione delle bocche: perché c'è
degl'ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa
raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente.
Dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un bel biglietto a
ogni famiglia, in proporzion delle bocche, per andare a prendere il
pane dal fornaio. A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto
in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e
quattro figliuoli, tutti in età da mangiar pane (notate bene): gli si
dia pane tanto, e paghi soldi tanti. Ma far le cose giuste, sempre in
ragion delle bocche. A voi, per esempio, dovrebbero fare un biglietto
per... il vostro nome?
”
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|
disse il giovine; il quale, invaghito del
progetto, non fece attenzione ch'era tutto fondato su carta, penna e
calamaio; e che, per metterlo in opera, la prima cosa doveva essere di
raccogliere i nomi delle persone.
disse lo sconosciuto:
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“
ma avete moglie e figliuoli?
”
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“
Dovrei bene... figliuoli no... troppo presto... ma la moglie... se il
mondo andasse come dovrebbe andare...
”
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“
Ah siete solo! Dunque abbiate pazienza, ma una porzione piú piccola.
”
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“
E' giusto; ma se presto, come spero... e con l'aiuto di Dio.. Basta;
quando avessi moglie anch'io?
”
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|
“
Allora si cambia il biglietto, e si cresce la porzione. Come v'ho
detto; sempre in ragion delle bocche,
”
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disse lo sconosciuto, alzandosi.
gridò Renzo; e continuò, gridando e battendo il pugno
sulla tavola:
|
“
e perché non la fanno una legge così?
”
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|
|
“
Cosa volete che vi dica? Intanto vi do la buona notte, e me ne vo;
perché penso che la moglie e i figliuoli m'aspetteranno da un pezzo.
”
|
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|
“
Un altro gocciolino, un altro gocciolino,
”
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gridava Renzo, riempiendo
in fretta il bicchiere di colui; e subito alzatosi, e acchiappatolo per
una falda del farsetto, tirava forte, per farlo seder di nuovo.
|
“
Un
altro gocciolino: non mi fate quest'affronto.
”
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Ma l'amico, con una stratta, si liberò, e lasciando Renzo fare un
guazzabuglio d'istanze e di rimproveri, disse di nuovo:
e se n'andò. Renzo seguitava ancora a predicargli, che quello era già
in istrada; e poi ripiombò sulla panca. Fissò gli occhi su quel
bicchiere che aveva riempito; e, vedendo passar davanti alla tavola il
garzone, gli accennò di fermarsi, come se avesse qualche affare da
comunicargli; poi gli accennò il bicchiere, e con una pronunzia lenta e
solenne, spiccando le parole in un certo modo particolare, disse:
|
“
ecco, l'avevo preparato per quel galantuomo: vedete; pieno raso,
proprio da amico; ma non l'ha voluto. Alle volte, la gente ha dell'idee
curiose. Io non ci ho colpa: il mio buon cuore l'ho fatto vedere. Ora,
giacché la cosa è fatta, non bisogna lasciarlo andare a male.
”
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|
Così
detto, lo prese, e lo votò in un sorso.
disse il garzone, andandosene.
|
“
Ah! avete inteso anche voi,
”
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|
riprese Renzo:
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“
dunque è vero. Quando le
ragioni son giuste...!
”
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Qui è necessario tutto l'amore, che portiamo alla verità, per farci
proseguire fedelmente un racconto di così poco onore a un personaggio
tanto principale, si potrebbe quasi dire al primo uomo della nostra
storia. Per questa stessa ragione d'imparzialità, dobbiamo però anche
avvertire ch'era la prima volta, che a Renzo avvenisse un caso simile:
e appunto questo suo non esser uso a stravizi fu cagione in gran parte
che il primo gli riuscisse così fatale. Que' pochi bicchieri che aveva
buttati giú da principio, l'uno dietro l'altro, contro il suo solito,
parte per quell'arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione
d'animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito
alla testa: a un bevitore un po' esercitato non avrebbero fatto altro
che levargli la sete. Su questo il nostro anonimo fa una osservazione,
che noi ripeteremo: e conti quel che può contare. Le abitudini
temperate e oneste, dice, recano anche questo vantaggio, che, quanto
piú sono inveterate e radicate in un uomo, tanto piú facilmente, appena
appena se n'allontani, se ne risente subito; dimodoché se ne ricorda
poi per un pezzo; e anche uno sproposito gli serve di scola.
Comunque sia, quando que' primi fumi furono saliti alla testa di Renzo,
vino e parole continuarono a andare, l'uno in giú e l'altre in su,
senza misura né regola: e, al punto a cui l'abbiam lasciato, stava già
come poteva. Si sentiva una gran voglia di parlare: ascoltatori, o
almeno uomini presenti che potesse prender per tali, non ne mancava; e,
per qualche tempo, anche le parole eran venute via senza farsi pregare,
e s'eran lasciate collocare in un certo qual ordine. Ma a poco a poco,
quella faccenda di finir le frasi cominciò a divenirgli fieramente
difficile. Il pensiero, che s'era presentato vivo e risoluto alla sua
mente, s'annebbiava e svaniva tutt'a un tratto; e la parola, dopo
essersi fatta aspettare un pezzo, non era quella che fosse al caso. In
queste angustie, per uno di que' falsi istinti che, in tante cose,
rovinan gli uomini, ricorreva a quel benedetto fiasco. Ma di che aiuto
gli potesse essere il fiasco, in una tale circostanza, chi ha fior di
senno lo dica.
Noi riferiremo soltanto alcune delle moltissime parole che mandò fuori,
in quella sciagurata sera: le molte piú che tralasciamo, disdirebbero
troppo; perché, non solo non hanno senso, ma non fanno vista d'averlo:
condizione necessaria in un libro stampato.
ricominciò, accompagnandolo con l'occhio intorno alla
tavola, o sotto la cappa del cammino; talvolta fissandolo dove non era,
e parlando sempre in mezzo al chiasso della brigata:
|
“
oste che tu sei!
Non posso mandarla giú... quel tiro del nome, cognome e negozio. A un
figliuolo par mio...! Non ti sei portato bene. Che soddisfazione, che
sugo, che gusto... di mettere in carta un povero figliuolo? Parlo bene,
signori? Gli osti dovrebbero tenere dalla parte de' buoni figliuoli...
Senti, senti, oste; ti voglio fare un paragone... per la ragione...
Ridono eh? Ho un po' di brio, sì... ma le ragioni le dico giuste. Dimmi
un poco; chi è che ti manda avanti la bottega? I poveri figliuoli, n'è
vero? dico bene? Guarda un po' se que' signori delle gride vengono mai
da te a bere un bicchierino.
”
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“
Tutta gente che beve acqua,
”
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disse un vicino di Renzo.
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“
Vogliono stare in sé,
”
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soggiunse un altro,
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“
per poter dir le bugie a
dovere.
”
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gridò Renzo:
|
“
ora è il poeta che ha parlato. Dunque intendete
anche voi altri le mie ragioni. Rispondi dunque, oste: e Ferrer, che è
il meglio di tutti, è mai venuto qui a fare un brindisi, e a spendere
un becco d'un quattrino? E quel cane assassino di don...? Sto zitto,
perché sono in cervello anche troppo. Ferrer e il padre Crrr... so io,
son due galantuomini; ma ce n'è pochi de' galantuomini. I vecchi peggio
de' giovani; e i giovani... peggio ancora de' vecchi. Però, son
contento che non si sia fatto sangue: oibò; barbarie, da lasciarle fare
al boia. Pane; oh questo sì. Ne ho ricevuti degli urtoni; ma... ne ho
anche dati. Largo! abbondanza! viva!... Eppure, anche Ferrer... qualche
parolina in latino... siés baraòs trapolorum... Maledetto vizio! Viva!
giustizia! pane! ah, ecco le parole giuste!... Là ci volevano que'
galantuomini... quando scappò fuori quel maledetto ton ton ton, e poi
ancora ton ton ton. Non si sarebbe fuggiti, ve', allora. Tenerlo lì
quel signor curato... So io a chi penso!
”
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A questa parola, abbassò la testa, e stette qualche tempo, come assorto
in un pensiero: poi mise un gran sospiro, e alzò il viso, con due occhi
inumiditi e lustri, con un certo accoramento così svenevole, così
sguaiato, che guai se chi n'era l'oggetto avesse potuto vederlo un
momento. Ma quegli omacci che già avevan cominciato a prendersi spasso
dell'eloquenza appassionata e imbrogliata di Renzo, tanto piú se ne
presero della sua aria compunta; i piú vicini dicevano agli altri:
guardate; e tutti si voltavano a lui; tanto che divenne lo zimbello
della brigata. Non già che tutti fossero nel loro buon senno, o nel
loro qual si fosse senno ordinario; ma, per dire il vero, nessuno n'era
tanto uscito, quanto il povero Renzo: e per di piú era contadino. Si
misero, or l'uno or l'altro, a stuzzicarlo con domande sciocche e
grossolane, con cerimonie canzonatorie. Renzo, ora dava segno
d'averselo per male, ora prendeva la cosa in ischerzo, ora, senza
badare a tutte quelle voci, parlava di tutt'altro, ora rispondeva, ora
interrogava; sempre a salti, e fuor di proposito. Per buona sorte, in
quel vaneggiamento, gli era però rimasta come un'attenzione istintiva a
scansare i nomi delle persone; dimodoché anche quello che doveva esser
piú altamente fitto nella sua memoria, non fu proferito: ché troppo ci
dispiacerebbe se quel nome, per il quale anche noi sentiamo un po'
d'affetto e di riverenza, fosse stato strascinato per quelle boccacce,
fosse divenuto trastullo di quelle lingue sciagurate.
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