|
Il cardinal Federigo, intanto che aspettava l'ora d'andar in chiesa a
celebrar gli ufizi divini, stava studiando, com'era solito di fare in
tutti i ritagli di tempo; quando entrò il cappellano crocifero, con un
viso alterato.
|
“Una strana visita, strana davvero, monsignore illustrissimo!”
|
|
domandò il cardinale.
|
“Niente meno che il signor...”
|
|
riprese il cappellano, e spiccando le
sillabe con una gran significazione, proferì quel nome che noi non
possiamo scrivere ai nostri lettori. Poi soggiunse:
|
“è qui fuori in
persona; e chiede nient'altro che d'esser introdotto da vossignoria
illustrissima.”
|
|
disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro, e
alzandosi da sedere:
replicò il cappellano, senza moversi:
|
“vossignoria
illustrissima deve sapere chi è costui: quel bandito, quel famoso...”
|
|
|
“E non è una fortuna per un vescovo, che a un tal uomo sia nata la
volontà di venirlo a trovare?”
|
|
insistette il cappellano:
|
“noi non possiamo mai parlare di
certe cose, perché monsignore dice che le son ciance: però quando viene
il caso, mi pare che sia un dovere... Lo zelo fa de' nemici,
monsignore; e noi sappiamo positivamente che piú d'un ribaldo ha osato
vantarsi che, un giorno o l'altro...”
|
|
interruppe il cardinale.
|
“Dico che costui è un appaltatore di delitti, un disperato, che tiene
corrispondenza co' disperati piu furiosi, e che può esser mandato...”
|
|
|
“Oh, che disciplina è codesta,”
|
|
interruppe ancora sorridendo Federigo,
|
“che i soldati esortino il generale ad aver paura?”
|
|
Poi, divenuto serio
e pensieroso, riprese:
|
“san Carlo non si sarebbe trovato nel caso di
dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe andato a cercarlo.
Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo.”
|
|
Il cappellano si mosse, dicendo tra sé:
|
“non c'è rimedio: tutti questi
santi sono ostinati.”
|
|
Aperto l'uscio, e affacciatosi alla stanza dov'era il signore e la
brigata, vide questa ristretta in una parte, a bisbigliare e a guardar
di sott'occhio quello, lasciato solo in un canto. S'avviò verso di lui;
e intanto squadrandolo, come poteva, con la coda dell'occhio, andava
pensando che diavolo d'armeria poteva esser nascosta sotto quella
casacca; e che, veramente, prima d'introdurlo, avrebbe dovuto proporgli
almeno... ma non si seppe risolvere. Gli s'accostò, e disse:
|
“monsignore aspetta vossignoria. Si contenti di venir con me.”
|
|
E
precedendolo in quella piccola folla, che subito fece ala, dava a
destra e a sinistra occhiate, le quali significavano:
|
“cosa volete? non
lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo?”
|
|
Appena introdotto l'innominato, Federigo gli andò incontro, con un
volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona
desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale
ubbidì.
I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi.
L'innominato, ch'era stato come portato lì per forza da una smania
inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci
stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel
desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al
tormento interno, e dall'altra parte una stizza, una vergogna di venir
lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a
confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né
quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell'uomo, si
sentiva sempre piú penetrare da un sentimento di venerazione imperioso
insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e
senza prender l'orgoglio di fronte, l'abbatteva, e, dirò così,
gl'imponeva silenzio.
La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una
superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto,
e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto
dagli anni; l'occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con
la canizie, nel pallore, tra i segni dell'astinenza, della meditazione,
della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del
volto indicavano che, in altre età, c'era stata quella che piú
propriamente si chiama bellezza; l'abitudine de' pensieri solenni e
benevoli, la pace interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini, la
gioia continua d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una,
direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor piú in quella
magnifica semplicità della porpora.
Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell'aspetto dell'innominato il
suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai
sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato,
parendogli di scoprire sempre piú qualcosa di conforme alla speranza da
lui concepita al primo annunzio d'una tal visita, tutt'animato,
disse:
|
“che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato
d'una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po' del
rimprovero!”
|
|
esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle
parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il
ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.
|
“Certo, m'è un rimprovero,”
|
|
riprese questo,
|
“ch'io mi sia lasciato
prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto
venir da voi io.”
|
|
|
“Da me, voi! Sapete chi sono? V'hanno detto bene il mio nome?”
|
|
|
“E questa consolazione ch'io sento, e che, certo, vi si manifesta nel
mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi provarla all'annunzio, alla
vista d'uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico,
che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per
cui ho tanto pregato; voi, de' miei figli, che pure amo tutti e di
cuore, quello che avrei piú desiderato d'accogliere e d'abbracciare, se
avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le
maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri
servi.”
|
|
L'innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle
parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor
detto, né era ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava
in silenzio.
riprese, ancor piú affettuosamente, Federigo:
|
“voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?”
|
|
|
“Una buona nuova, io? Ho l'inferno nel cuore; e vi darò una buona
nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che
aspettate da un par mio.”
|
|
|
“Che Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,”
|
|
rispose pacatamente
il cardinale.
|
“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?”
|
|
|
“Voi me lo domandate? voi? E chi piú di voi l'ha vicino? Non ve lo
sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare,
e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete,
di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che
voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?”
|
|
|
“Oh, certo! ho qui qualche cosa che m'opprime, che mi rode! Ma Dio! Se
c'è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?”
|
|
Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un
tono solenne, come di placida ispirazione, rispose:
|
“cosa può far Dio
di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà:
vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il
mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci
detestino le vostre opere...”
|
|
(l'innominato si scosse, e rimase
stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, piú
stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo);
proseguiva Federigo,
|
“ne viene a Dio? Son voci di terrore, son
voci d'interesse; voci forse anche di giustizia, ma d'una giustizia
così facile, così naturale! alcune forse, pur troppo, d'invidia di
codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi,
deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a
condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! allora Dio
sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son io
pover'uomo, che sappia dirvi fin d'ora che profitto possa ricavar da
voi un tal Signore? cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di
codesta imperturbata costanza, quando l'abbia animata, infiammata
d'amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi
pensiate d'aver saputo da voi immaginare e fare cose piu grandi nel
male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio
far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi l'opera della
redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? Oh pensate! se io
omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi
sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con
gaudio (Egli m'è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono; oh
pensate! quanta, quale debba essere la carità di Colui che m'infonde
questa così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come vi voglia
Quello che mi comanda e m'ispira un amore per voi che mi divora!”
|
|
A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo
sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore,
di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi
si compose a una commozione piú profonda e meno angosciosa; i suoi
occhi, che dall'infanzia piu non conoscevan le lacrime, si gonfiarono;
quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede
in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e piu chiara risposta.
esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al
cielo:
|
“che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perche
Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perche mi faceste degno
d'assistere a un sì giocondo prodigio!”
|
|
Così dicendo, stese la mano a
prender quella dell'innominato.
gridò questo,
|
“no! lontano, lontano da me voi: non lordate quella
mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che
volete stringere.”
|
|
disse Federigo, prendendola con amorevole violenza,
|
“lasciate ch'io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che
spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si
stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.”
|
|
disse, singhiozzando, l'innominato.
|
“Lasciatemi,
monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta;
tant'anime buone, tant'innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi
una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi!”
|
|
|
“Lasciamo le novantanove pecorelle,”
|
|
rispose il cardinale:
|
“sono in
sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch'era smarrita.
Quell'anime son forse ora ben piú contente, che di vedere questo povero
vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della
misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la
cagione. Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo
Spirito mette ne' loro cuori un ardore indistinto di carità, una
preghiera ch'esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui voi
siete l'oggetto non ancor conosciuto.”
|
|
Così dicendo, stese le braccia
al collo dell'innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e
resistito un momento, cedette, come vinto da quell'impeto di carità,
abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull'omero di lui il suo
volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora
incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano
affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a
portar l'armi della violenza e del tradimento.
L'innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì di nuovo gli
occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò:
|
“Dio
veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi
sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso;
eppure...! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale
non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!”
|
|
disse Federigo,
|
“che Dio vi dà per cattivarvi al suo
servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui
avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!”
|
|
esclamò il signore,
|
“quante, quante... cose, le quali non
potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d'intraprese, d'appena avviate,
che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper
subito, disfare, riparare.”
|
|
Federigo si mise in attenzione; e l'innominato raccontò brevemente, ma
con parole d'esecrazione anche piú forti di quelle che abbiamo adoprato
noi, la prepotenza fatta a Lucia, i terrori, i patimenti della
poverina, e come aveva implorato, e la smania che quell'implorare aveva
messa addosso a lui, e come essa era ancor nel castello...
esclamò Federigo, ansante di pietà e di
sollecitudine.
|
“Beato voi! Questo è pegno del perdono di Dio! far che
possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di
rovina. Dio vi benedica! Dio v'ha benedetto! Sapete di dove sia questa
povera nostra travagliata?”
|
|
Il signore nominò il paese di Lucia.
disse il cardinale:
|
“lodato sia Dio; e
probabilmente...”
|
|
Così dicendo, corse a un tavolino, e scosse un
campanello. E subito entrò con ansietà il cappellano crocifero, e per
la prima cosa, guardò l'innominato; e vista quella faccia mutata, e
quegli occhi rossi di pianto, guardò il cardinale; e sotto
quell'inalterabile compostezza, scorgendogli in volto come un grave
contento, e una premura quasi impaziente, era per rimanere estatico con
la bocca aperta, se il cardinale non l'avesse subito svegliato da
quella contemplazione, domandandogli se, tra i parrochi radunati lì, si
trovasse quello di ***.
|
“C'è, monsignore illustrissimo,”
|
|
rispose il cappellano.
disse Federigo,
|
“e con lui il parroco qui della
chiesa.”
|
|
Il cappellano uscì, e andò nella stanza dov'eran que' preti riuniti:
tutti gli occhi si rivolsero a lui. Lui, con la bocca tuttavia aperta,
col viso ancor tutto dipinto di quell'estasi, alzando le mani, e
movendole per aria, disse:
|
“signori! signori! haec mutatio dexterae
Excelsi”.
|
|
E stette un momento senza dir altro. Poi, ripreso il tono e
la voce della carica, soggiunse:
|
“sua signoria illustrissima e
reverendissima vuole il signor curato della parrocchia, e il signor
curato di ***.”
|
|
Il primo chiamato venne subito avanti, e nello stesso tempo, uscì di
mezzo alla folla un:
strascicato, con un'intonazione di
maraviglia.
|
“Non è lei il signor curato di ***?”
|
|
riprese il cappellano.
|
“Sua signoria illustrissima e reverendissima vuol lei.”
|
|
disse ancora quella voce, significando chiaramente in quel
monosillabo: come ci posso entrar io? Ma questa volta, insieme con la
voce, venne fuori l'uomo, don Abbondio in persona, con un passo
forzato, e con un viso tra l'attonito e il disgustato. Il cappellano
gli fece un cenno con la mano, che voleva dire: a noi, andiamo; ci vuol
tanto? E precedendo i due curati, andò all'uscio, l'aprì, e
gl'introdusse.
Il cardinale lasciò andar la mano dell'innominato, col quale intanto
aveva concertato quello che dovevan fare; si discostò un poco, e chiamò
con un cenno il curato della chiesa. Gli disse in succinto di che si
trattava; e se saprebbe trovar subito una buona donna che volesse
andare in una lettiga al castello, a prender Lucia: una donna di cuore
e di testa, da sapersi ben governare in una spedizione così nuova, e
usar le maniere piú a proposito, trovar le parole piú adattate, a
rincorare, a tranquillizzare quella poverina, a cui, dopo tante
angosce, e in tanto turbamento, la liberazione stessa poteva metter
nell'animo una nuova confusione. Pensato un momento, il curato disse
che aveva la persona a proposito, e uscì. Il cardinale chiamò con un
altro cenno il cappellano, al quale ordinò che facesse preparare subito
la lettiga e i lettighieri, e sellare due mule. Uscito anche il
cappellano, si voltò a don Abbondio.
Questo, che già gli era vicino, per tenersi lontano da quell'altro
signore, e che intanto dava un'occhiatina di sotto in su ora all'uno
ora all'altro, seguitando a almanaccar tra sé che cosa mai potesse
essere tutto quel rigirìo, s'accostò di piú, fece una riverenza, e
disse:
|
“m'hanno significato che vossignoria illustrissima mi voleva me;
ma io credo che abbiano sbagliato.”
|
|
rispose Federigo:
|
“ho una buona nuova da darvi,
e un consolante, un soavissimo incarico. Una vostra parrocchiana, che
avrete pianta per ismarrita, Lucia Mondella, è ritrovata, è qui vicino,
in casa di questo mio caro amico; e voi anderete ora con lui, e con una
donna che il signor curato di qui è andato a cercare, anderete, dico, a
prendere quella vostra creatura, e l'accompagnerete qui.”
|
|
Don Abbondio fece di tutto per nascondere la noia, che dico? l'affanno
e l'amaritudine che gli dava una tale proposta, o comando che fosse; e
non essendo piú a tempo a sciogliere e a scomporre un versaccio già
formato sulla sua faccia, lo nascose, chinando profondamente la testa,
in segno d'ubbidienza. E non l'alzò che per fare un altro profondo
inchino all'innominato, con un'occhiata pietosa che diceva: sono nelle
vostre mani: abbiate misericordia: parcere subjectis.
Gli domandò poi il cardinale, che parenti avesse Lucia.
|
“Di stretti, e con cui viva, o vivesse, non ha che la madre,”
|
|
rispose
don Abbondio.
|
“E questa si trova al suo paese?”
|
|
riprese Federigo,
|
“quella povera giovine non potrà esser
così presto restituita a casa sua, le sarà una gran consolazione di
veder subito la madre: quindi, se il signor curato di qui non torna
prima ch'io vada in chiesa, fatemi voi il piacere di dirgli che trovi
un baroccio o una cavalcatura; e spedisca un uomo di giudizio a cercar
quella donna, per condurla qui.”
|
|
disse don Abbondio.
|
“No, no, voi: v'ho già pregato d'altro,”
|
|
rispose il cardinale.
replicò don Abbondio,
|
“per disporre quella povera madre. E'
una donna molto sensitiva; e ci vuole uno che la conosca, e la sappia
prendere per il suo verso, per non farle male in vece di bene.”
|
|
|
“E per questo, vi prego d'avvertire il signor curato che scelga un uomo
di proposito: voi siete molto piú necessario altrove,”
|
|
rispose il
cardinale. E avrebbe voluto dire: quella povera giovine ha molto piú
bisogno di veder subito una faccia conosciuta, una persona sicura, in
quel castello, dopo tant'ore di spasimo, e in una terribile oscurità
dell'avvenire. Ma questa non era ragione da dirsi così chiaramente
davanti a quel terzo. Parve però strano al cardinale che don Abbondio
non l'avesse intesa per aria, anzi pensata da sé; e così fuor di luogo
gli parve la proposta e l'insistenza, che pensò doverci esser sotto
qualche cosa. Lo guardò in viso, e vi scoprì facilmente la paura di
viaggiare con quell'uomo tremendo, d'andare in quella casa, anche per
pochi momenti. Volendo quindi dissipare affatto quell'ombre codarde, e
non piacendogli di tirare in disparte il curato e di bisbigliar con lui
in segreto, mentre il suo nuovo amico era lì in terzo, pensò che il
mezzo piú opportuno era di far ciò che avrebbe fatto anche senza questo
motivo, parlare all'innominato medesimo; e dalle sue risposte don
Abbondio intenderebbe finalmente che quello non era piú uomo da averne
paura. S'avvicinò dunque all'innominato, e con quell'aria di spontanea
confidenza, che si trova in una nuova e potente affezione, come in
un'antica intrinsichezza,
gli disse,
|
“ch'io mi contenti
di questa visita per oggi. Voi tornerete, n'è vero? in compagnia di
questo ecclesiastico dabbene?”
|
|
rispose l'innominato:
|
“quando voi mi rifiutaste,
rimarrei ostinato alla vostra porta, come il povero. Ho bisogno di
parlarvi! ho bisogno di sentirvi, di vedervi! ho bisogno di voi!”
|
|
Federigo gli prese la mano, gliela strinse, e disse:
|
“favorirete dunque
di restare a desinare con noi. V'aspetto. Intanto, io vo a pregare, e a
render grazie col popolo; e voi a cogliere i primi frutti della
misericordia.”
|
|
Don Abbondio, a quelle dimostrazioni, stava come un ragazzo pauroso,
che veda uno accarezzar con sicurezza un suo cagnaccio grosso,
rabbuffato, con gli occhi rossi, con un nomaccio famoso per morsi e per
ispaventi, e senta dire al padrone che il suo cane è un buon bestione,
quieto, quieto: guarda il padrone, e non contraddice né approva; guarda
il cane, e non ardisce accostarglisi, per timore che il buon bestione
non gli mostri i denti, fosse anche per fargli le feste; non ardisce
allontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: oh se fossi a
casa mia!
Al cardinale, che s'era mosso per uscire, tenendo sempre per la mano e
conducendo seco l'innominato, diede di nuovo nell'occhio il pover'uomo,
che rimaneva indietro, mortificato, malcontento, facendo il muso senza
volerlo. E pensando che forse quel dispiacere gli potesse anche venire
dal parergli d'esser trascurato, e come lasciato in un canto, tanto piú
in paragone d'un facinoroso così ben accolto, così accarezzato, se gli
voltò nel passare, si fermò un momento, e con un sorriso amorevole, gli
disse:
|
“signor curato, voi siete sempre con me nella casa del nostro
buon Padre; ma questo... questo perierat, et inventus est.”
|
|
|
“Oh quanto me ne rallegro!”
|
|
disse don Abbondio, facendo una gran
riverenza a tutt'e due in comune.
L'arcivescovo andò avanti, spinse l'uscio, che fu subito spalancato di
fuori da due servitori, che stavano uno di qua e uno di là: e la
mirabile coppia apparve agli sguardi bramosi del clero raccolto nella
stanza. Si videro que' due volti sui quali era dipinta una commozione
diversa, ma ugualmente profonda; una tenerezza riconoscente, un'umile
gioia nell'aspetto venerabile di Federigo; in quello dell'innominato,
una confusione temperata di conforto, un nuovo pudore, una compunzione,
dalla quale però traspariva tuttavia il vigore di quella selvaggia e
risentita natura. E si seppe poi, che a piú d'uno de' riguardanti era
allora venuto in mente quel detto d'Isaia: il lupo e l'agnello andranno
ad un pascolo; il leone e il bue mangeranno insieme lo strame. Dietro
veniva don Abbondio, a cui nessuno badò.
Quando furono nel mezzo della stanza, entrò dall'altra parte l'aiutante
di camera del cardinale, e gli s'accostò, per dirgli che aveva eseguiti
gli ordini comunicatigli dal cappellano; che la lettiga e le due mule
eran preparate, e s'aspettava soltanto la donna che il curato avrebbe
condotta. Il cardinale gli disse che, appena arrivato questo, lo
facesse parlar subito con don Abbondio: e tutto poi fosse agli ordini
di questo e dell'innominato; al quale strinse di nuovo la mano, in atto
di commiato, dicendo:
Si voltò a salutar don Abbondio, e
s'avviò dalla parte che conduceva alla chiesa. Il clero gli andò
dietro, tra in folla e in processione: i due compagni di viaggio
rimasero soli nella stanza.
Stava l'innominato tutto raccolto in sé, pensieroso, impaziente che
venisse il momento d'andare a levar di pene e di carcere la sua Lucia:
sua ora in un senso così diverso da quello che lo fosse il giorno
avanti: e il suo viso esprimeva un'agitazione concentrata, che
all'occhio ombroso di don Abbondio poteva facilmente parere qualcosa di
peggio. Lo sogguardava, avrebbe voluto attaccare un discorso
amichevole; ma,
pensava:
|
“devo dirgli ancora: mi
rallegro? Mi rallegro di che? che essendo stato finora un demonio, vi
siate finalmente risoluto di diventare un galantuomo come gli altri?
Bel complimento! Eh eh eh! in qualunque maniera io le rigiri, le
congratulazioni non vorrebbero dir altro che questo. E se sarà poi vero
che sia diventato galantuomo: così a un tratto! Delle dimostrazioni se
ne fanno tante a questo mondo, e per tante cagioni! Che so io, alle
volte? E intanto mi tocca a andar con lui! in quel castello! Oh che
storia! che storia! che storia! Chi me l'avesse detto stamattina! Ah,
se posso uscirne a salvamento, m'ha da sentire la signora Perpetua,
d'avermi cacciato qui per forza, quando non c'era necessità, fuor della
mia pieve: e che tutti i parrochi d'intorno accorrevano, anche piú da
lontano; e che non bisognava stare indietro; e che questo, e che
quest'altro; e imbarcarmi in un affare di questa sorte! Oh povero me!
Eppure qualcosa bisognerà dirgli a costui.”
|
|
E pensa e ripensa, aveva
trovato che gli avrebbe potuto dire: non mi sarei mai aspettato questa
fortuna d'incontrarmi in una così rispettabile compagnia; e stava per
aprir bocca, quando entrò l'aiutante di camera, col curato del paese,
il quale annunziò che la donna era pronta nella lettiga; e poi si voltò
a don Abbondio, per ricevere da lui l'altra commissione del cardinale.
Don Abbondio se ne sbrigò come poté, in quella confusione di mente; e
accostatosi poi all'aiutante, gli disse:
|
“mi dia almeno una bestia
quieta; perché, dico la verità, sono un povero cavalcatore.”
|
|
rispose l'aiutante, con un mezzo sogghigno:
|
“è la mula del
segretario, che è un letterato.”
|
|
replicò don Abbondio, e continuò pensando:
|
“il cielo me la
mandi buona.”
|
|
Il signore s'era incamminato di corsa, al primo avviso: arrivato
all'uscio, s'accorse di don Abbondio, ch'era rimasto indietro. Si fermò
ad aspettarlo; e quando questo arrivò frettoloso, in aria di chieder
perdono, l'inchinò, e lo fece passare avanti, con un atto cortese e
umile: cosa che raccomodò alquanto lo stomaco al povero tribolato. Ma
appena messo piede nel cortiletto, vide un'altra novità che gli guastò
quella poca consolazione; vide l'innominato andar verso un canto,
prender per la canna, con una mano, la sua carabina, poi per la cigna
con l'altra, e, con un movimento spedito, come se facesse l'esercizio,
mettersela ad armacollo.
pensò don Abbondio:
|
“cosa vuol farne di quell'ordigno,
costui? Bel cilizio, bella disciplina da convertito! E se gli salta
qualche grillo? Oh che spedizione! oh che spedizione!”
|
|
Se quel signore avesse potuto appena sospettare che razza di pensieri
passavano per la testa al suo compagno, non si può dire cosa avrebbe
fatto per rassicurarlo; ma era lontano le mille miglia da un tal
sospetto; e don Abbondio stava attento a non far nessun atto che
significasse chiaramente: non mi fido di vossignoria. Arrivati
all'uscio di strada, trovarono le due cavalcature in ordine:
l'innominato saltò su quella che gli fu presentata da un palafreniere.
disse all'aiutante di camera don Abbondio, rimettendo
in terra il piede, che aveva già alzato verso la staffa.
|
“Vada pur su di buon animo: è un agnello.”
|
|
Don Abbondio, arrampicandosi
alla sella, sorretto dall'aiutante, su, su, su, è a cavallo.
La lettiga, ch'era innanzi qualche passo, portata da due mule, si
mosse, a una voce del lettighiero; e la comitiva partì.
Si doveva passar davanti alla chiesa piena zeppa di popolo, per una
piazzetta piena anch'essa d'altro popolo del paese e forestieri, che
non avevan potuto entrare in quella. Già la gran nuova era corsa; e
all'apparir della comitiva, all'apparir di quell'uomo, oggetto ancor
poche ore prima di terrore e d'esecrazione, ora di lieta maraviglia,
s'alzò nella folla un mormorìo quasi d'applauso; e facendo largo, si
faceva insieme alle spinte, per vederlo da vicino. La lettiga passò,
l'innominato passò; e davanti alla porta spalancata della chiesa, si
levò il cappello, e chinò quella fronte tanto temuta, fin sulla
criniera della mula, tra il susurro di cento voci che dicevano: Dio la
benedica! Don Abbondio si levò anche lui il cappello, si chinò, si
raccomandò al cielo; ma sentendo il concerto solenne de' suoi
confratelli che cantavano a distesa, provò un'invidia, una mesta
tenerezza, un accoramento tale, che durò fatica a tener le lacrime.
Fuori poi dell'abitato, nell'aperta campagna, negli andirivieni
talvolta affatto deserti della strada, un velo piú nero si stese sui
suoi pensieri. Altro oggetto non aveva su cui riposar con fiducia lo
sguardo, che il lettighiero, il quale, essendo al servizio del
cardinale, doveva essere certamente un uomo dabbene, e insieme non
aveva aria d'imbelle. Ogni tanto, comparivano viandanti, anche a
comitive, che accorrevano per vedere il cardinale; ed era un ristoro
per don Abbondio; ma passeggiero, ma s'andava verso quella valle
tremenda, dove non s'incontrerebbe che sudditi dell'amico: e che
sudditi! Con l'amico avrebbe desiderato ora piú che mai d'entrare in
discorso, tanto per tastarlo sempre piú, come per tenerlo in buona; ma
vedendolo così soprappensiero, gliene passava la voglia. Dovette dunque
parlar con se stesso; ed ecco una parte di ciò che il pover'uomo si
disse in quel tragitto: ché, a scriver tutto, ci sarebbe da farne un
libro.
|
“E' un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver
l'argento vivo addosso, e non si contentino d'esser sempre in moto
loro, ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il genere umano;
e che i piú faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non
cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne' loro affari: io che non
chiedo altro che d'esser lasciato vivere! Quel matto birbone di don
Rodrigo! Cosa gli mancherebbe per esser l'uomo il piú felice di questo
mondo, se avesse appena un pochino di giudizio? Lui ricco, lui giovine,
lui rispettato, lui corteggiato: gli dà noia il bene stare; e bisogna
che vada accattando guai per sé e per gli altri. Potrebbe far l'arte di
Michelaccio; no signore: vuol fare il mestiere di molestar le femmine:
il piú pazzo, il piú ladro, il piú arrabbiato mestiere di questo mondo;
potrebbe andare in paradiso in carrozza, e vuol andare a casa del
diavolo a piè zoppo. E costui...!”
|
|
E qui lo guardava, come se avesse
sospetto che quel costui sentisse i suoi pensieri,
|
“costui, dopo aver
messo sottosopra il mondo con le scelleratezze, ora lo mette sottosopra
con la conversione... se sarà vero. Intanto tocca a me a farne
l'esperienza!... E' finita: quando son nati con quella smania in corpo,
bisogna che faccian sempre fracasso. Ci vuol tanto a fare il galantuomo
tutta la vita, com'ho fatt'io? No signore: si deve squartare,
ammazzare, fare il diavolo... oh povero me!... e poi uno scompiglio,
anche per far penitenza. La penitenza, quando s'ha buona volontà, si
può farla a casa sua, quietamente, senza tant'apparato, senza dar
tant'incomodo al prossimo. E sua signoria illustrissima, subito subito,
a braccia aperte, caro amico, amico caro; stare a tutto quel che gli
dice costui, come se l'avesse visto far miracoli; e prendere
addirittura una risoluzione, mettercisi dentro con le mani e co' piedi,
presto di qua, presto di là: a casa mia si chiama precipitazione. E
senza avere una minima caparra, dargli in mano un povero curato! questo
si chiama giocare un uomo a pari e caffo. Un vescovo santo, com'è lui,
de' curati dovrebbe esserne geloso, come della pupilla degli occhi
suoi. Un pochino di flemma, un pochino di prudenza, un pochino di
carità, mi pare che possa stare anche con la santità... E se fosse
tutto un'apparenza? Chi può conoscer tutti i fini degli uomini? e dico
degli uomini come costui? A pensare che mi tocca a andar con lui, a
casa sua! Ci può esser sotto qualche diavolo: oh povero me! è meglio
non ci pensare. Che imbroglio è questo di Lucia? Che ci fosse un'intesa
con don Rodrigo? che gente! ma almeno la cosa sarebbe chiara. Ma come
l'ha avuta nell'unghie costui? Chi lo sa? E' tutto un segreto con
monsignore: e a me che mi fanno trottare in questa maniera, non si dice
nulla. Io non mi curo di sapere i fatti degli altri; ma quando uno ci
ha a metter la pelle, ha anche ragione di sapere. Se fosse proprio per
andare a prendere quella povera creatura, pazienza! Benché, poteva ben
condurla con sé addirittura. E poi, se è così convertito, se è
diventato un santo padre, che bisogno c'era di me? Oh che caos! Basta;
voglia il cielo che la sia così: sarà stato un incomodo grosso, ma
pazienza! Sarò contento anche per quella povera Lucia: anche lei deve
averla scampata grossa; sa il cielo cos'ha patito: la compatisco; ma è
nata per la mia rovina... Almeno potessi vedergli proprio in cuore a
costui, come la pensa. Chi lo può conoscere? Ecco lì, ora pare
sant'Antonio nel deserto; ora pare Oloferne in persona. Oh povero me!
povero me! Basta: il cielo è in obbligo d'aiutarmi, perché non mi ci
son messo io di mio capriccio.”
|
|
Infatti, sul volto dell'innominato si vedevano, per dir così, passare i
pensieri, come, in un'ora burrascosa, le nuvole trascorrono dinanzi
alla faccia del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata e un
freddo buio. L'animo, ancor tutto inebriato dalle soavi parole di
Federigo, e come rifatto e ringiovanito nella nuova vita, s'elevava a
quell'idee di misericordia, di perdono e d'amore; poi ricadeva sotto il
peso del terribile passato. Correva con ansietà a cercare quali fossero
le iniquità riparabili, cosa si potesse troncare a mezzo, quali i
rimedi piú espedienti e piú sicuri, come scioglier tanti nodi, che fare
di tanti complici: era uno sbalordimento a pensarci. A quella stessa
spedizione, ch'era la piú facile e così vicina al termine, andava con
un'impazienza mista d'angoscia, pensando che intanto quella creatura
pativa, Dio sa quanto, e che lui, il quale pure si struggeva di
liberarla, era lui che la teneva intanto a patire. Dove c'eran due
strade, il lettighiero si voltava, per saper quale dovesse prendere:
l'innominato gliel'indicava con la mano, e insieme accennava di far
presto.
Entrano nella valle. Come stava allora il povero don Abbondio! Quella
valle famosa, della quale aveva sentito raccontar tante storie
orribili, esserci dentro: que' famosi uomini, il fiore della braveria
d'Italia, quegli uomini senza paura e senza misericordia, vederli in
carne e in ossa; incontrarne uno o due o tre a ogni voltata di strada.
Si chinavano sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati! certi
baffi irti! certi occhiacci, che a don Abbondio pareva che volessero
dire: fargli la festa a quel prete? A segno che, in un punto di somma
costernazione, gli venne detto tra sé:
|
“gli avessi maritati! non mi
poteva accader di peggio.”
|
|
Intanto s'andava avanti per un sentiero
sassoso, lungo il torrente: al di là quel prospetto di balze aspre,
scure, disabitate; al di qua quella popolazione da far parer
desiderabile ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di
Malebolge.
Passan davanti la Malanotte; bravacci sull'uscio, inchini al signore,
occhiate al suo compagno e alla lettiga. Coloro non sapevan cosa si
pensare: già la partenza dell'innominato solo, la mattina, aveva dello
straordinario; il ritorno non lo era meno. Era una preda che conduceva?
E come l'aveva fatta da sé? E come una lettiga forestiera? E di chi
poteva esser quella livrea? Guardavano, guardavano, ma nessuno si
moveva, perché questo era l'ordine che il padrone dava loro con
dell'occhiate.
Fanno la salita, sono in cima. I bravi che si trovan sulla spianata e
sulla porta, si ritirano di qua e di là, per lasciare il passo libero:
l'innominato fa segno che non si movan di piú; sprona, e passa davanti
alla lettiga; accenna al lettighiero e a don Abbondio che lo seguano;
entra in un primo cortile, da quello in un secondo; va verso un
usciolino, fa stare indietro con un gesto un bravo che accorreva per
tenergli la staffa, e gli dice:
|
“tu sta' costì, e non venga nessuno ”.
|
|
Smonta, lega in fretta la mula a un'inferriata, va alla lettiga,
s'accosta alla donna, che aveva tirata la tendina, e le dice sottovoce:
|
“consolatela subito; fatele subito capire che è libera, in mano
d'amici. Dio ve ne renderà merito.”
|
|
Poi fa cenno al lettighiero, che
apra; poi s'avvicina a don Abbondio, e, con un sembiante così sereno
come questo non gliel aveva ancor visto, né credeva che lo potesse
avere, con dipintavi la gioia dell'opera buona che finalmente stava per
compire, gli dice, ancora sotto voce:
|
“signor curato, non le chiedo
scusa dell'incomodo che ha per cagion mia: lei lo fa per Uno che paga
bene, e per questa sua poverina.”
|
|
Ciò detto, prende con una mano il
morso, con l'altra la staffa, per aiutar don Abbondio a scendere.
Quel volto, quelle parole, quell'atto, gli avevan dato la vita. Mise un
sospiro, che da un'ora gli s'aggirava dentro, senza mai trovar
l'uscita; si chinò verso l'innominato, rispose a voce bassa bassa:
|
“le
pare? Ma, ma, ma, ma,...!”
|
|
e sdrucciolò alla meglio dalla sua
cavalcatura. L'innominato legò anche quella, e detto al lettighiero che
stesse lì a aspettare, si levò una chiave di tasca, aprì l'uscio,
entrò, fece entrare il curato e la donna, s'avviò davanti a loro alla
scaletta; e tutt'e tre salirono in silenzio.
|
|