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Già piú d'una volta c'è occorso di far menzione della guerra che allora
bolliva, per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga,
secondo di quel nome; ma c'è occorso sempre in momenti di gran fretta:
sicché non abbiam mai potuto darne piú che un cenno alla sfuggita. Ora
però, all'intelligenza del nostro racconto si richiede proprio d'averne
qualche notizia piú particolare. Son cose che chi conosce la storia le
deve sapere; ma siccome, per un giusto sentimento di noi medesimi,
dobbiam supporre che quest'opera non possa esser letta se non da
ignoranti, così non sarà male che ne diciamo qui quanto basti per
infarinarne chi n'avesse bisogno.
Abbiam detto che, alla morte di quel duca, il primo chiamato, in linea
di successione, Carlo Gonzaga, capo d'un ramo cadetto trapiantato in
Francia, dove possedeva i ducati di Nevers e di Rhétel, era entrato al
possesso di Mantova; e ora aggiungiamo, del Monferrato: che la fretta
appunto ce l'aveva fatto lasciar nella penna. La corte di Madrid, che
voleva a ogni patto (abbiam detto anche questo) escludere da que' due
feudi il nuovo principe, e per escluderlo aveva bisogno d'una ragione
(perché le guerre fatte senza una ragione sarebbero ingiuste), s'era
dichiarata sostenitrice di quella che pretendevano avere, su Mantova un
altro Gonzaga, Ferrante, principe di Guastalla; sul Monferrato Carlo
Emanuele I, duca di Savoia, e Margherita Gonzaga, duchessa vedova di
Lorena. Don Gonzalo, ch'era della casa del gran capitano, e ne portava
il nome, e che aveva già fatto la guerra in Fiandra, voglioso oltremodo
di condurne una in Italia, era forse quello che faceva piú fuoco,
perché questa si dichiarasse; e intanto, interpretando l'intenzioni e
precorrendo gli ordini della corte suddetta, aveva concluso col duca di
Savoia un trattato d'invasione e di divisione del Monferrato; e n'aveva
poi ottenuta facilmente la ratificazione dal conte duca, facendogli
creder molto agevole l'acquisto di Casale, ch'era il punto piú difeso
della parte pattuita al re di Spagna. Protestava però, in nome di
questo, di non volere occupar paese, se non a titolo di deposito, fino
alla sentenza dell'imperatore; il quale, in parte per gli ufizi altrui,
in parte per suoi propri motivi, aveva intanto negata l'investitura al
nuovo duca, e intimatogli che rilasciasse a lui in sequestro gli stati
controversi: lui poi, sentite le parti, li rimetterebbe a chi fosse di
dovere. Cosa alla quale il Nevers non s'era voluto piegare.
Aveva anche lui amici d'importanza: il cardinale di Richelieu, i
signori veneziani, e il papa, ch'era, come abbiam detto, Urbano VIII.
Ma il primo, impegnato allora nell'assedio della Roccella e in una
guerra con l'Inghilterra, attraversato dal partito della regina madre,
Maria de' Medici, contraria, per certi suoi motivi, alla casa di
Nevers, non poteva dare che delle speranze. I veneziani non volevan
moversi, e nemmeno dichiararsi, se prima un esercito francese non fosse
calato in Italia; e, aiutando il duca sotto mano, come potevano, con la
corte di Madrid e col governatore di Milano, stavano sulle proteste,
sulle proposte, sull'esortazioni, placide o minacciose, secondo i
momenti. Il papa raccomandava il Nevers agli amici, intercedeva in suo
favore presso gli avversari, faceva progetti d'accomodamento; di metter
gente in campo non ne voleva saper nulla.
Così i due alleati alle offese poterono, tanto piú sicuramente,
cominciar l'impresa concertata. Il duca di Savoia era entrato, dalla
sua parte, nel Monferrato; don Gonzalo aveva messo, con gran voglia,
l'assedio a Casale; ma non ci trovava tutta quella soddisfazione che
s'era immaginato: che non credeste che nella guerra sia tutto rose. La
corte non l'aiutava a seconda de' suoi desidèri, anzi gli lasciava
mancare i mezzi più necessari; l'alleato l'aiutava troppo: voglio dire
che, dopo aver presa la sua porzione, andava spilluzzicando quella
assegnata al re di Spagna. Don Gonzalo se ne rodeva quanto mai si possa
dire; ma temendo, se faceva appena un po' di rumore, che quel Carlo
Emanuele, così attivo ne' maneggi e mobile ne' trattati, come prode
nell'armi, si voltasse alla Francia, doveva chiudere un occhio,
mandarla giú, e stare zitto. L'assedio poi andava male, in lungo, ogni
tanto all'indietro, e per il contegno saldo, vigilante, risoluto degli
assediati, e per aver lui poca gente, e, al dire di qualche storico,
per i molti spropositi che faceva. Su questo noi lasciamo la verità a
suo luogo, disposti anche, quando la cosa fosse realmente così, a
trovarla bellissima, se fu cagione che in quell'impresa sia restato
morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno, e, ceteris paribus,
anche soltanto un po' meno danneggiati i tegoli di Casale. In questi
frangenti ricevette la nuova della sedizione di Milano, e ci accorse in
persona.
Qui, nel ragguaglio che gli si diede, fu fatta anche menzione della
fuga ribelle e clamorosa di Renzo, de' fatti veri e supposti ch'erano
stati cagione del suo arresto; e gli si seppe anche dire che questo
tale s'era rifugiato sul territorio di Bergamo. Questa circostanza
fermò l'attenzione di don Gonzalo. Era informato da tutt'altra parte,
che a Venezia avevano alzata la cresta, per la sommossa di Milano; che
da principio avevan creduto che sarebbe costretto a levar l'assedio da
Casale, e pensavan tuttavia che ne fosse ancora sbalordito, e in gran
pensiero: tanto piú che, subito dopo quell'avvenimento, era arrivata la
notizia, sospirata da que' signori e temuta da lui, della resa della
Roccella. E scottandogli molto, e come uomo e come politico, che que'
signori avessero un tal concetto de' fatti suoi, spiava ogni occasione
di persuaderli, per via d'induzione, che non aveva perso nulla
dell'antica sicurezza; giacché il dire espressamente: non ho paura, è
come non dir nulla. Un buon mezzo è di fare il disgustato, di
querelarsi, di reclamare: e perciò, essendo venuto il residente di
Venezia a fargli un complimento, e ad esplorare insieme, nella sua
faccia e nel suo contegno, come stesse dentro di sé (notate tutto; ché
questa è politica di quella vecchia fine), don Gonzalo, dopo aver
parlato del tumulto, leggermente e da uomo che ha già messo riparo a
tutto; fece quel fracasso che sapete a proposito di Renzo; come sapete
anche quel che ne venne in conseguenza. Dopo, non s'occupò piú d'un
affare così minuto e, in quanto a lui, terminato; e quando poi, che fu
un pezzo dopo, gli arrivò la risposta, al campo sopra Casale, dov'era
tornato, e dove aveva tutt'altri pensieri, alzò e dimenò la testa, come
un baco da seta che cerchi la foglia; stette lì un momento, per farsi
tornar vivo nella memoria quel fatto, di cui non ci rimaneva piú che
un'ombra; si rammentò della cosa, ebbe un'idea fugace e confusa del
personaggio; passò ad altro, e non ci pensò piú.
Ma Renzo, il quale, da quel poco che gli s'era fatto veder per aria,
doveva supporre tutt'altro che una così benigna noncuranza, stette un
pezzo senz'altro pensiero o, per dir meglio, senz'altro studio, che di
viver nascosto. Pensate se si struggeva di mandar le sue nuove alle
donne, e d'aver le loro; ma c'eran due gran difficoltà. Una, che
avrebbe dovuto anche lui confidarsi a un segretario, perché il poverino
non sapeva scrivere, e neppur leggere, nel senso esteso della parola; e
se, interrogato di ciò, come forse vi ricorderete, dal dottor
Azzeccagarbugli, aveva risposto di sì, non fu un vanto, una sparata,
come si dice; ma era la verità che lo stampato lo sapeva leggere,
mettendoci il suo tempo: lo scritto è un altro par di maniche. Era
dunque costretto a mettere un terzo a parte de' suoi interessi, d'un
segreto così geloso: e un uomo che sapesse tener la penna in mano, e di
cui uno si potesse fidare, a que' tempi non si trovava così facilmente;
tanto piú in un paese dove non s'avesse nessuna antica conoscenza.
L'altra difficoltà era d'avere anche un corriere; un uomo che andasse
appunto da quelle parti, che volesse incaricarsi della lettera, e darsi
davvero il pensiero di recapitarla; tutte cose, anche queste, difficili
a trovarsi in un uomo solo.
Finalmente, cerca e ricerca, trovò chi scrivesse per lui. Ma, non
sapendo se le donne fossero ancora a Monza, o dove, credé bene di fare
accluder la lettera per Agnese in un'altra diretta al padre Cristoforo.
Lo scrivano prese anche l'incarico di far recapitare il plico; lo
consegnò a uno che doveva passare non lontano da Pescarenico; costui lo
lasciò, con molte raccomandazioni, in un'osteria sulla strada, al punto
piú vicino; trattandosi che il plico era indirizzato a un convento, ci
arrivò; ma cosa n'avvenisse dopo, non s'è mai saputo. Renzo, non
vedendo comparir risposta, fece stendere un'altra lettera, a un di
presso come la prima, e accluderla in un'altra a un suo amico di Lecco,
o parente che fosse. Si cercò un altro latore, si trovò; questa volta
la lettera arrivò a chi era diretta. Agnese trottò a Maggianico, se la
fece leggere e spiegare da quell'Alessio suo cugino: concertò con lui
una risposta, che questo mise in carta; si trovò il mezzo di mandarla
ad Antonio Rivolta nel luogo del suo domicilio: tutto questo però non
così presto come noi lo raccontiamo. Renzo ebbe la risposta, e fece
riscrivere. In somma, s'avviò tra le due parti un carteggio, né rapido
né regolare, ma pure, a balzi e ad intervalli, continuato.
Ma per avere un'idea di quel carteggio, bisogna sapere un poco come
andassero allora tali cose, anzi come vadano; perché, in questo
particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato.
Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si
rivolge a uno che conosca quell'arte, scegliendolo, per quanto può, tra
quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida
poco; l'informa, con piú o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti:
e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il
letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio,
propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna,
mette come può in forma letteraria i pensieri dell'altro, li corregge,
li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo
gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c'è rimedio, chi ne sa
piú degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e
quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po' a
modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di
dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire
tutt'altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa.
Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente,
che anche lui non abbia pratica dell'abbiccì, la porta a un altro dotto
di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle
questioni sul modo d'intendere; perché l'interessato, fondandosi sulla
cognizione de' fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian
dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della
composizione, pretende che ne vogliano dire un'altra. Finalmente
bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui
l'incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va
poi soggetta a un'interpretazione simile. Che se, per di piú, il
soggetto della corrispondenza è un po' geloso; se c'entrano affari
segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che
la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c'è stata anche
l'intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per
poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di
loro come altre volte due scolastici che da quattr'ore disputassero
sull'entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci
avesse poi a toccare qualche scappellotto.
Ora, il caso de' nostri due corrispondenti era appunto quello che
abbiam detto. La prima lettera scritta in nome di Renzo conteneva molte
materie. Da principio, oltre un racconto della fuga, molto piú conciso,
ma anche piú arruffato di quello che avete letto, un ragguaglio delle
sue circostanze attuali; dal quale, tanto Agnese quanto il suo
turcimanno furono ben lontani di ricavare un costrutto chiaro e intero:
avviso segreto, cambiamento di nome, esser sicuro, ma dovere star
nascosto; cose per sé non troppo famigliari a' loro intelletti, e nella
lettera dette anche un po' in cifra. C'era poi delle domande affannose,
appassionate, su' casi di Lucia, con de' cenni oscuri e dolenti,
intorno alle voci che n'erano arrivate fino a Renzo. C'erano finalmente
speranze incerte, e lontane, disegni lanciati nell'avvenire, e intanto
promesse e preghiere di mantener la fede data, di non perder la
pazienza né il coraggio, d'aspettar migliori circostanze.
Dopo un po' di tempo, Agnese trovò un mezzo fidato di far pervenire
nelle mani di Renzo una risposta, co' cinquanta scudi assegnatigli da
Lucia. Al veder tant'oro, Renzo non sapeva cosa si pensare; e con
l'animo agitato da una maraviglia e da una sospensione che non davan
luogo a contentezza, corse in cerca del segretario, per farsi
interpretar la lettera, e aver la chiave d'un così strano mistero.
Nella lettera, il segretario d'Agnese, dopo qualche lamento sulla poca
chiarezza della proposta, passava a descrivere, con chiarezza a un di
presso uguale, la tremenda storia di quella persona (così diceva); e
qui rendeva ragione de' cinquanta scudi; poi veniva a parlar del voto,
ma per via di perifrasi, aggiungendo, con parole piú dirette e aperte,
il consiglio di mettere il cuore in pace, e di non pensarci piú.
Renzo, poco mancò che non se la prendesse col lettore interprete:
tremava, inorridiva, s'infuriava, di quel che aveva capito, e di quel
che non aveva potuto capire. Tre o quattro volte si fece rileggere il
terribile scritto, ora parendogli d'intender meglio, ora divenendogli
buio ciò che prima gli era parso chiaro. E in quella febbre di
passioni, volle che il segretario mettesse subito mano alla penna, e
rispondesse. Dopo l'espressioni piú forti che si possano immaginare di
pietà e di terrore per i casi di Lucia,
proseguiva
dettando,
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“che io il cuore in pace non lo voglio mettere, e non lo
metterò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio; e
che i danari non li toccherò; che li ripongo, e li tengo in deposito,
per la dote della giovine; che già la giovine dev'esser mia; che io non
so di promessa; e che ho ben sempre sentito dire che la Madonna c'entra
per aiutare i tribolati, e per ottener delle grazie, ma per far
dispetto e per mancar di parola, non l'ho sentito mai; e che codesto
non può stare; e che, con questi danari, abbiamo a metter su casa qui;
e che, se ora sono un po' imbrogliato, l'è una burrasca che passerà
presto;”
|
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e cose simili.
Agnese ricevé poi quella lettera, e fece riscrivere; e il carteggio
continuò, nella maniera che abbiam detto.
Lucia, quando la madre ebbe potuto, non so per qual mezzo, farle sapere
che quel tale era vivo e in salvo e avvertito, sentì un gran sollievo,
e non desiderava piú altro, se non che si dimenticasse di lei; o, per
dir la cosa proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla. Dal
canto suo, faceva cento volte al giorno una risoluzione simile riguardo
a lui; e adoprava anche ogni mezzo, per mandarla ad effetto. Stava
assidua al lavoro, cercava d'occuparsi tutta in quello: quando
l'immagine di Renzo le si presentava, e lei a dire o a cantare orazioni
a mente. Ma quell'immagine, proprio come se avesse avuto malizia, non
veniva per lo piú, così alla scoperta; s'introduceva di soppiatto
dietro all'altre, in modo che la mente non s'accorgesse d'averla
ricevuta, se non dopo qualche tempo che la c'era. Il pensiero di Lucia
stava spesso con la madre: come non ci sarebbe stato? e il Renzo ideale
veniva pian piano a mettersi in terzo, come il reale aveva fatto tante
volte. Così con tutte le persone, in tutti i luoghi, in tutte le
memorie del passato, colui si veniva a ficcare. E se la poverina si
lasciava andar qualche volta a fantasticar sul suo avvenire, anche lì
compariva colui, per dire, se non altro: io a buon conto non ci sarò.
Però, se il non pensare a lui era impresa disperata, a pensarci meno, e
meno intensamente che il cuore avrebbe voluto, Lucia ci riusciva fino a
un certo segno: ci sarebbe anche riuscita meglio, se fosse stata sola a
volerlo. Ma c'era donna Prassede, la quale, tutta impegnata dal canto
suo a levarle dall'animo colui, non aveva trovato miglior espediente
che di parlargliene spesso.
le diceva:
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“non ci pensiam piú a
colui?”
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“Io non penso a nessuno,”
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rispondeva Lucia.
Donna Prassede non s'appagava d'una risposta simile; replicava che ci
volevan fatti e non parole; si diffondeva a parlare sul costume delle
giovani, le quali, diceva,
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“quando hanno nel cuore uno scapestrato (ed
è lì che inclinano sempre), non se lo staccan piú. Un partito onesto,
ragionevole, d'un galantuomo, d'un uomo assestato, che, per qualche
accidente, vada a monte, son subito rassegnate; ma un rompicollo, è
piaga incurabile.”
|
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E allora principiava il panegirico del povero
assente, del birbante venuto a Milano, per rubare e scannare; e voleva
far confessare a Lucia le bricconate che colui doveva aver fatte,
sicuramente anche al suo paese.
Lucia, con la voce tremante di vergogna, di dolore, e di quello sdegno
che poteva aver luogo nel suo animo dolce e nella sua umile fortuna,
assicurava e attestava, che, al suo paese, quel poveretto non aveva mai
fatto parlar di sé, altro che in bene; avrebbe voluto, diceva, che
fosse presente qualcheduno di là, per fargli far testimonianza. Anche
sull'avventure di Milano, delle quali non era ben informata, lo
difendeva, appunto con la cognizione che aveva di lui e de' suoi
portamenti fino dalla fanciullezza. Lo difendeva o si proponeva di
difenderlo, per puro dovere di carità, per amore del vero, e, a dir
proprio la parola con la quale spiegava a se stessa il suo sentimento,
come prossimo. Ma da queste apologie donna Prassede ricavava nuovi
argomenti per convincer Lucia, che il suo cuore era ancora perso dietro
a colui. E per verità, in que' momenti, non saprei ben dire come la
cosa stesse. L'indegno ritratto che la vecchia faceva del poverino,
risvegliava, per opposizione, piú viva e piú distinta che mai, nella
mente della giovine l'idea che vi s'era formata in una così lunga
consuetudine; le rimembranze compresse a forza, si svolgevano in folla;
l'avversione e il disprezzo richiamavano tanti antichi motivi di stima;
l'odio cieco e violento faceva sorger piú forte la pietà: e con questi
affetti, chi sa quanto ci potesse essere o non essere di quell'altro
che dietro ad essi s'introduce così facilmente negli animi; figuriamoci
cosa farà in quelli, donde si tratti di scacciarlo per forza. Sia come
si sia, il discorso, per la parte di Lucia, non sarebbe mai andato
molto in lungo; ché le parole finivan presto in pianto.
Se donna Prassede fosse stata spinta a trattarla in quella maniera da
qualche odio inveterato contro di lei, forse quelle lacrime
l'avrebbero, tocca e fatta smettere; ma parlando a fin di bene, tirava
avanti, senza lasciarsi smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli,
potranno ben trattenere l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un
chirurgo. Fatto però bene il suo dovere per quella volta, dalle
stoccate e da' rabbuffi veniva all'esortazioni, ai consigli, conditi
anche di qualche lode, per temperar così l'agro col dolce, e ottener
meglio l'effetto, operando sull'animo in tutti i versi. Certo, di
quelle baruffe (che avevan sempre a un di presso lo stesso principio,
mezzo e fine), non rimaneva alla buona Lucia propriamente astio contro
l'acerba predicatrice, la quale poi nel resto la trattava con gran
dolcezza; e anche in questo, si vedeva una buona intenzione. Le
rimaneva bensì un ribollimento, una sollevazione di pensieri e
d'affetti tale, che ci voleva molto tempo e molta fatica per tornare a
quella qualunque calma di prima.
Buon per lei, che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del
bene; sicché le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il
resto della servitú, tutti cervelli che avevan bisogno, piú o meno,
d'esser raddirizzati e guidati; oltre tutte l'altre occasioni di
prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era
obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s'offrivan da sé;
aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan piú da
pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e
donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a
cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto piú faticosa,
che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre
badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non
volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque
guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza
tregua: era in tutti que' luoghi un'attenzione continua a scansare la
sua premura, a chiuder l'adito a' suoi pareri, a eludere le sue
richieste, a far che fosse al buio, piú che si poteva, d'ogni affare.
Non parlo de' contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio
d'altri affari anche piú estranei: si sa che agli uomini il bene
bisogna, le piú volte, farlo per forza. Dove il suo zelo poteva
esercitarsi liberamente, era in casa: lì ogni persona era soggetta, in
tutto e per tutto, alla sua autorità, fuorché don Ferrante, col quale
le cose andavano in un modo affatto particolare.
Uomo di studio, non gli piaceva né di comandare né d'ubbidire. Che, in
tutte le cose di casa, la signora moglie fosse la padrona, alla
buon'ora; ma lui servo, no. E se, pregato, le prestava a un'occorrenza
l'ufizio della penna, era perché ci aveva il suo genio; del rimanente,
anche in questo sapeva dir di no, quando non fosse persuaso di ciò che
lei voleva fargli scrivere.
diceva in que' casi;
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“faccia da sé, giacché la cosa le par tanto chiara.”
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Donna Prassede,
dopo aver tentato per qualche tempo, e inutilmente, di tirarlo dal
lasciar fare al fare, s'era ristretta a brontolare spesso contro di
lui, a nominarlo uno schivafatiche, un uomo fisso nelle sue idee, un
letterato; titolo nel quale, insieme con la stizza, c'entrava anche un
po' di compiacenza.
Don Ferrante passava di grand'ore nel suo studio, dove aveva una
raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta
roba scelta, tutte opere delle piú riputate, in varie materie; in
ognuna delle quali era piú o meno versato. Nell'astrologia, era tenuto,
e con ragione, per piú che un dilettante; perché non ne possedeva
soltanto quelle nozioni generiche, e quel vocabolario comune,
d'influssi, d'aspetti, di congiunzioni; ma sapeva parlare a proposito,
e come dalla cattedra, delle dodici case del cielo, de' circoli
massimi, de' gradi lucidi e tenebrosi, d'esaltazione e di deiezione, di
transiti e di rivoluzioni, de' princìpi in somma piú certi e piú
reconditi della scienza. Ed eran forse vent'anni che, in dispute
frequenti e lunghe, sosteneva la domificazione del Cardano contro un
altro dotto attaccato ferocemente a quella dell'Alcabizio, per mera
ostinazione, diceva don Ferrante; il quale, riconoscendo volentieri la
superiorità degli antichi, non poteva però soffrire quel non voler dar
ragione a' moderni, anche dove l'hanno chiara che la vedrebbe ognuno.
Conosceva anche, piú che mediocremente, la storia della scienza; sapeva
a un bisogno citare le piú celebri predizioni avverate, e ragionar
sottilmente ed eruditamente sopra altre celebri predizioni andate a
vòto, per dimostrar che la colpa non era della scienza, ma di chi non
l'aveva saputa adoprar bene.
Della filosofia antica aveva imparato quanto poteva bastare, e n'andava
di continuo imparando di piú, dalla lettura di Diogene Laerzio. Siccome
però que' sistemi, per quanto sian belli, non si può adottarli tutti;
e, a voler esser filosofo, bisogna scegliere un autore, così don
Ferrante aveva scelto Aristotile, il quale, come diceva lui, non è né
antico né moderno; è il filosofo. Aveva anche varie opere de' piú savi
e sottili seguaci di lui, tra i moderni: quelle de' suoi impugnatori
non aveva mai voluto leggerle, per non buttar via il tempo, diceva; né
comprarle, per non buttar via i danari. Per eccezione però, dava luogo
nella sua libreria a que' celebri ventidue libri De subtilitate, e a
qualche altr'opera antiperipatetica del Cardano, in grazia del suo
valore in astrologia; dicendo che chi aveva potuto scrivere il trattato
De restitutione temporum et motuum coelestium, e il libro Duodecim
geniturarum, meritava d'essere ascoltato, anche quando spropositava; e
che il gran difetto di quell'uomo era stato d'aver troppo ingegno; e
che nessuno si può immaginare dove sarebbe arrivato, anche in
filosofia, se fosse stato sempre nella strada retta. Del rimanente,
quantunque, nel giudizio de' dotti, don Ferrante passasse per un
peripatetico consumato, non ostante a lui non pareva di saperne
abbastanza; e piú d'una volta disse, con gran modestia, che l'essenza,
gli universali, l'anima del mondo, e la natura delle cose non eran cose
tanto chiare, quanto si potrebbe credere.
Della filosofia naturale s'era fatto piú un passatempo che uno studio;
l'opere stesse d'Aristotile su questa materia, e quelle di Plinio le
aveva piuttosto lette che studiate: non di meno, con questa lettura,
con le notizie raccolte incidentemente da' trattati di filosofia
generale, con qualche scorsa data alla Magia naturale del Porta, alle
tre storie lapidum, animalium, plantarum, del Cardano, al Trattato
dell'erbe, delle piante, degli animali, d'Alberto Magno, a qualche
altr'opera di minor conto, sapeva a tempo trattenere una conversazione
ragionando delle virtú piú mirabili e delle curiosità piú singolari di
molti semplici; descrivendo esattamente le forme e l'abitudini delle
sirene e dell'unica fenice; spiegando come la salamandra stia nel fuoco
senza bruciare: come la remora, quel pesciolino, abbia la forza e
l'abilità di fermare di punto in bianco, in alto mare, qualunque gran
nave; come le gocciole della rugiada diventin perle in seno delle
conchiglie; come il cameleonte si cibi d'aria; come dal ghiaccio
lentamente indurato, con l'andar de' secoli, si formi il cristallo; e
altri de' piú maravigliosi segreti della natura.
In quelli della magia e della stregoneria s'era internato di piú,
trattandosi, dice il nostro anonimo, di scienza molto piú in voga e piú
necessaria, e nella quale i fatti sono di molto maggiore importanza, e
piú a mano, da poterli verificare. Non c'è bisogno di dire che, in un
tale studio, non aveva mai avuta altra mira che d'istruirsi e di
conoscere a fondo le pessime arti de' maliardi, per potersene guardare,
e difendere. E, con la scorta principalmente del gran Martino Delrio
(l'uomo della scienza), era in grado di discorrere ex professo del
maleficio amatorio, del maleficio sonnifero, del maleficio ostile, e
dell'infinite specie che, pur troppo, dice ancora l'anonimo, si vedono
in pratica alla giornata, di questi tre generi capitali di malìe, con
effetti così dolorosi. Ugualmente vaste e fondate eran le cognizioni di
don Ferrante in fatto di storia, specialmente universale: nella quale i
suoi autori erano il Tarcagnota, il Dolce, il Bugatti, il Campana, il
Guazzo, i piú riputati in somma.
Ma cos'è mai la storia, diceva spesso don Ferrante, senza la politica?
Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la
strada, e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica
senza la storia è uno che cammina senza guida. C'era dunque ne' suoi
scaffali un palchetto assegnato agli statisti; dove, tra molti di
piccola mole, e di fama secondaria, spiccavano il Bodino, il
Cavalcanti, il Sansovino, il Paruta, il Boccalini. Due però erano i
libri che don Ferrante anteponeva a tutti, e di gran lunga, in questa
materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi,
senza mai potersi risolvere a qual de' due convenisse unicamente quel
grado: l'uno, il Principe e i Discorsi del celebre segretario
fiorentino; mariolo sì, diceva don Ferrante, ma profondo: l'altro, la
Ragion di Stato del non men celebre Giovanni Botero; galantuomo sì,
diceva pure, ma acuto. Ma, poco prima del tempo nel quale è
circoscritta la nostra storia, era venuto fuori il libro che terminò la
questione del primato, passando avanti anche all'opere di que' due
matadori, diceva don Ferrante; il libro in cui si trovan racchiuse e
come stillate tutte le malizie, per poterle conoscere, e tutte le
virtú, per poterle praticare; quel libro piccino, ma tutto d'oro; in
una parola, lo Statista Regnante di don Valeriano Castiglione, di
quell'uomo celeberrimo, di cui si può dire, che i piú gran letterati lo
esaltavano a gara, e i piú gran personaggi facevano a rubarselo; di
quell'uomo, che il papa Urbano VIII onorò, come è noto, di magnifiche
lodi; che il cardinal Borghese e il vicerè di Napoli, don Pietro di
Toledo, sollecitarono a descrivere, il primo i fatti di papa Paolo V,
l'altro le guerre del re cattolico in Italia, l'uno e l'altro invano;
di quell'uomo, che Luigi XIII, re di Francia, per suggerimento del
cardinal di Richelieu, nominò suo istoriografo; a cui il duca Carlo
Emanuele di Savoia conferì la stessa carica; in lode di cui, per
tralasciare altre gloriose testimonianze, la duchessa Cristina, figlia
del cristianissimo re Enrico IV, poté in un diploma, con molti altri
titoli, annoverare
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“la certezza della fama ch'egli ottiene in Italia,
di primo scrittore de' nostri tempi.”
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Ma se, in tutte le scienze suddette, don Ferrante poteva dirsi
addottrinato, una ce n'era in cui meritava e godeva il titolo di
professore: la scienza cavalleresca. Non solo ne ragionava con vero
possesso, ma pregato frequentemente d'intervenire in affari d'onore,
dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si può dire
in testa, le opere degli scrittori piú riputati in tal materia: Paride
dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei,
l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso, di
cui aveva anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a memoria tutti
i passi così della Gerusalemme Liberata, come della Conquistata, che
possono far testo in materia di cavalleria. L'autore però degli autori,
nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago, con cui si
trovò anche, piú d'una volta, a dar giudizio sopra casi d'onore; e il
quale, dal canto suo, parlava di don Ferrante in termini di stima
particolare. E fin da quando venner fuori i Discorsi Cavallereschi di
quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che
quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe
rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di
primaria autorità presso ai posteri: profezia, dice l'anonimo, che
ognun può vedere come si sia avverata.
Da questo passa poi alle lettere amene; ma noi cominciamo a dubitare se
veramente il lettore abbia una gran voglia d'andar avanti con lui in
questa rassegna, anzi a temere di non aver già buscato il titolo di
copiator servile per noi, e quello di seccatore da dividersi con
l'anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui, in cosa
estranea al racconto principale, e nella quale probabilmente non s'è
tanto disteso, che per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era
indietro del suo secolo. Però, lasciando scritto quel che è scritto,
per non perder la nostra fatica, ometteremo il rimanente, per
rimetterci in istrada: tanto piú che ne abbiamo un bel pezzo da
percorrere, senza incontrare alcun de' nostri personaggi, e uno piú
lungo ancora, prima di trovar quelli ai fatti de' quali certamente il
lettore s'interessa di piú, se a qualche cosa s'interessa in tutto
questo.
Fino all'autunno del seguente anno 1629, rimasero tutti, chi per
volontà, chi per forza, nello stato a un di presso in cui gli abbiam
lasciati, senza che ad alcuno accadesse, né che alcun altro potesse far
cosa degna d'esser riferita. Venne l'autunno, in cui Agnese e Lucia
avevan fatto conto di ritrovarsi insieme: ma un grande avvenimento
pubblico mandò quel conto all'aria: e fu questo certamente uno de' suoi
piú piccoli effetti. Seguiron poi altri grandi avvenimenti, che pero
non portarono nessun cambiamento notabile nella sorte de' nostri
personaggi. Finalmente nuovi casi, piú generali, piú forti, piú
estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro,
secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante,
vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti, scoprendo
campanili, abbattendo muraglie, e sbattendone qua e là i rottami,
solleva anche i fuscelli nascosti tra l'erba, va a cercare negli angoli
le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le
porta in giro involte nella sua rapina.
Ora, perché i fatti privati che ci rimangon da raccontare, riescan
chiari, dobbiamo assolutamente premettere un racconto alla meglio di
quei pubblici, prendendola anche un po' da lontano.
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