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In quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito, così
all'ingrosso, che c'eran ordini severissimi di non lasciar entrar
nessuno, senza bulletta di sanità; ma che in vece ci s'entrava
benissimo, chi appena sapesse un po' aiutarsi e cogliere il momento.
Era infatti così; e lasciando anche da parte le cause generali, per cui
in que' tempi ogni ordine era poco eseguito; lasciando da parte le
speciali, che rendevano così malagevole la rigorosa esecuzione di
questo; Milano si trovava ormai in tale stato, da non veder cosa
giovasse guardarlo, e da cosa; e chiunque ci venisse, poteva parer
piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de'
cittadini.
Su queste notizie, il disegno di Renzo era di tentare d'entrar dalla
prima porta a cui si fosse abbattuto; se ci fosse qualche intoppo,
riprender le mura di fuori, finché ne trovasse un'altra di piú facile
accesso. E sa il cielo quante porte s'immaginava che Milano dovesse
avere. Arrivato dunque sotto le mura, si fermò a guardar d'intorno,
come fa chi, non sapendo da che parte gli convenga di prendere, par che
n'aspetti, e ne chieda qualche indizio da ogni cosa. Ma, a destra e a
sinistra, non vedeva che due pezzi d'una strada storta; dirimpetto, un
tratto di mura; da nessuna parte, nessun segno d'uomini viventi: se non
che, da un certo punto del terrapieno, s'alzava una colonna d'un fumo
oscuro e denso, che salendo s'allargava e s'avvolgeva in ampi globi,
perdendosi poi nell'aria immobile e bigia. Eran vestiti, letti e altre
masserizie infette che si bruciavano: e di tali triste fiammate se ne
faceva di continuo, non lì soltanto, ma in varie parti delle mura.
Il tempo era chiuso, l'aria pesante, il cielo velato per tutto da una
nuvola o da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole,
senza prometter la pioggia; la campagna d'intorno, parte incolta, e
tutta arida; ogni verzura scolorita, e neppure una gocciola di rugiada
sulle foglie passe e cascanti. Per di piú, quella solitudine, quel
silenzio, così vicino a una gran città, aggiungevano una nuova
costernazione all'inquietudine di Renzo, e rendevan piú tetri tutti i
suoi pensieri.
Stato lì alquanto, prese la diritta, alla ventura, andando, senza
saperlo, verso porta Nuova, della quale, quantunque vicina, non poteva
accorgersi, a cagione d'un baluardo, dietro cui era allora nascosta.
Dopo pochi passi, principiò a sentire un tintinnìo di campanelli, che
cessava e ricominciava ogni tanto, e poi qualche voce d'uomo. Andò
avanti e, passato il canto del baluardo, vide per la prima cosa, un
casotto di legno, e sull'uscio, una guardia appoggiata al moschetto,
con una cert'aria stracca e trascurata: dietro c'era uno stecconato, e
dietro quello, la porta, cioè due alacce di muro, con una tettoia
sopra, per riparare i battenti; i quali erano spalancati, come pure il
cancello dello stecconato. Però, davanti appunto all'apertura, c'era in
terra un tristo impedimento: una barella, sulla quale due monatti
accomodavano un poverino, per portarlo via. Era il capo de' gabellieri,
a cui, poco prima, s'era scoperta la peste. Renzo si fermò, aspettando
la fine: partito il convoglio, e non venendo nessuno a richiudere il
cancello, gli parve tempo, e ci s'avviò in fretta; ma la guardia, con
una manieraccia, gli gridò:
Renzo si fermò di nuovo su due
piedi, e, datogli d'occhio, tirò fuori un mezzo ducatone, e glielo fece
vedere. Colui, o che avesse già avuta la peste, o che la temesse meno
di quel che amava i mezzi ducatoni, accennò a Renzo che glielo
buttasse; e vistoselo volar subito a' piedi, susurrò:
Renzo non se lo fece dir due volte; passò lo stecconato,
passò la porta, andò avanti, senza che nessuno s'accorgesse di lui, o
gli badasse; se non che, quando ebbe fatti forse quaranta passi, sentì
un altro
che un gabelliere gli gridava dietro. Questa volta, fece
le viste di non sentire, e, senza voltarsi nemmeno, allungò il passo.
gridò di nuovo il gabelliere, con una voce però che indicava piú
impazienza che risoluzione di farsi ubbidire; e non essendo ubbidito,
alzò le spalle, e tornò nella sua casaccia, come persona a cui premesse
piú di non accostarsi troppo ai passeggieri, che d'informarsi de' fatti
loro.
La strada che Renzo aveva presa, andava allora, come adesso, diritta
fino al canale detto il Naviglio: i lati erano siepi o muri d'orti,
chiese e conventi, e poche case. In cima a questa strada, e nel mezzo
di quella che costeggia il canale, c'era una colonna, con una croce
detta la croce di sant'Eusebio. E per quanto Renzo guardasse innanzi,
non vedeva altro che quella croce. Arrivato al crocicchio che divide la
strada circa alla metà, e guardando dalle due parti, vide a dritta, in
quella strada che si chiama lo stradone di santa Teresa, un cittadino
che veniva appunto verso di lui.
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“Un cristiano, finalmente!”
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disse tra
sé; e si voltò subito da quella parte, pensando di farsi insegnar la
strada da lui. Questo pure aveva visto il forestiero che s'avanzava; e
andava squadrandolo da lontano, con uno sguardo sospettoso; e tanto
piú, quando s'accorse che, in vece d'andarsene per i fatti suoi, gli
veniva incontro. Renzo, quando fu poco distante, si levò il cappello,
da quel montanaro rispettoso che era; e tenendolo con la sinistra, mise
l'altra mano nel cocuzzolo, e andò piú direttamente verso lo
sconosciuto. Ma questo, stralunando gli occhi affatto, fece un passo
addietro, alzò un noderoso bastone, e voltata la punta, ch'era di
ferro, alla vita di Renzo, gridò:
gridò il giovine anche lui; rimise il cappello in testa, e,
avendo tutt'altra voglia, come diceva poi, quando raccontava la cosa,
che di metter su lite in quel momento, voltò le spalle a quello
stravagante, e continuò la sua strada, o, per meglio dire, quella in
cui si trovava avviato.
L'altro tirò avanti anche lui per la sua, tutto fremente, e voltandosi,
ogni momento, indietro. E arrivato a casa, raccontò che gli s'era
accostato un untore, con un'aria umile, mansueta, con un viso d'infame
impostore, con lo scatolino dell'unto, o l'involtino della polvere (non
era ben certo qual de' due) in mano, nel cocuzzolo del cappello, per
fargli il tiro, se lui non l'avesse saputo tener lontano.
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“Se mi
s'accostava un passo di piú,”
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soggiunse,
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“l'infilavo addirittura, prima
che avesse tempo d'accomodarmi me, il birbone. La disgrazia fu
ch'eravamo in un luogo così solitario, ché se era in mezzo Milano,
chiamavo gente, e mi facevo aiutare a acchiapparlo. Sicuro che gli si
trovava quella scellerata porcheria nel cappello. Ma lì da solo a solo,
mi son dovuto contentare di fargli paura, senza risicare di cercarmi un
malanno; perché un po' di polvere è subito buttata; e coloro hanno una
destrezza particolare; e poi hanno il diavolo dalla loro. Ora sarà in
giro per Milano: chi sa che strage fa!”
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E fin che visse, che fu per
molt'anni, ogni volta che si parlasse d'untori, ripeteva la sua storia,
e soggiungeva:
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“quelli che sostengono ancora che non era vero, non lo
vengano a dire a me; perché le cose bisogna averle viste.”
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Renzo, lontano dall'immaginarsi come l'avesse scampata bella, e agitato
piú dalla rabbia che dalla paura, pensava, camminando, a
quell'accoglienza, e indovinava bene a un di presso ciò che lo
sconosciuto aveva pensato di lui; ma la cosa gli pareva così
irragionevole, che concluse tra sé che colui doveva essere un qualche
mezzo matto.
pensava però:
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“par che ci sia un
pianeta per me, in questo Milano. Per entrare, tutto mi va a seconda; e
poi, quando ci son dentro, trovo i dispiaceri lì apparecchiati.
Basta... coll'aiuto di Dio... se trovo... se ci riesco a trovare... eh!
tutto sarà stato niente.”
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Arrivato al ponte, voltò, senza esitare, a sinistra, nella strada di
san Marco, parendogli, a ragione, che dovesse condurre verso l'interno
della città. E andando avanti, guardava in qua e in là, per veder se
poteva scoprire qualche creatura umana; ma non ne vide altra che uno
sformato cadavere nel piccol fosso che corre tra quelle poche case (che
allora erano anche meno), e un pezzo della strada. Passato quel pezzo,
sentì gridare:
e guardando da quella parte, vide poco
lontano, a un terrazzino d'una casuccia isolata, una povera donna, con
una nidiata di bambini intorno; la quale, seguitandolo a chiamare, gli
fece cenno anche con la mano. Ci andò di corsa; e quando fu vicino,
disse quella donna:
|
“per i vostri poveri morti, fate la
carità d'andare a avvertire il commissario che siamo qui dimenticati.
Ci hanno chiusi in casa come sospetti, perché il mio povero marito è
morto; ci hanno inchiodato l'uscio, come vedete; e da ier mattina,
nessuno è venuto a portarci da mangiare. In tante ore che siam qui, non
m'è mai capitato un cristiano che me la facesse questa carità: e questi
poveri innocenti moion di fame.”
|
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esclamò Renzo; e, cacciate le mani nelle tasche,
disse, tirando fuori i due pani:
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“calatemi giú qualcosa da
metterli dentro.”
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|
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“Dio ve ne renda merito; aspettate un momento,”
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|
disse quella donna; e
andò a cercare un paniere, e una fune da calarlo, come fece. A Renzo
intanto gli vennero in mente que' pani che aveva trovati vicino alla
croce, nell'altra sua entrata in Milano, e pensava:
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“ecco: è una
restituzione, e forse meglio che se gli avessi restituiti al proprio
padrone: perché qui è veramente un'opera di misericordia.”
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“In quanto al commissario che dite, la mia donna,”
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disse poi, mettendo
i pani nel paniere,
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“io non vi posso servire in nulla; perché, per
dirvi la verità, son forestiero, e non son niente pratico di questo
paese. Però, se incontro qualche uomo un po' domestico e umano, da
potergli parlare, lo dirò a lui.”
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La donna lo pregò che facesse così, e gli disse il nome della strada,
onde lui sapesse indicarla.
riprese Renzo,
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“credo che potrete farmi un piacere, una
vera carità, senza vostro incomodo. Una casa di cavalieri, di gran
signoroni, qui di Milano, casa *** sapreste insegnarmi dove sia?”
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“So che la c'è questa casa,”
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rispose la donna:
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“ma dove sia, non lo so
davvero. Andando avanti di qua, qualcheduno che ve la insegni, lo
troverete. E ricordatevi di dirgli anche di noi.”
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disse Renzo, e andò avanti.
A ogni passo, sentiva crescere e avvicinarsi un rumore che già aveva
cominciato a sentire mentre era lì fermo a discorrere: un rumor di
ruote e di cavalli, con un tintinnìo di carnpanelli, e ogni tanto un
chioccar di fruste, con un accompagnamento d'urli. Guardava innanzi, ma
non vedeva nulla. Arrivato allo sbocco di quella strada, scoprendosegli
davanti la piazza di san Marco, la prima cosa che gli diede
nell'occhio, furon due travi ritte, con una corda, e con certe
carrucole; e non tardò a riconoscere (ch'era cosa famigliare in quel
tempo) l'abbominevole macchina della tortura. Era rizzata in quel
luogo, e non in quello soltanto, ma in tutte le piazze e nelle strade
piú spaziose, affinché i deputati d'ogni quartiere, muniti a questo
d'ogni facoltà piú arbitraria, potessero farci applicare immediatamente
chiunque paresse loro meritevole di pena: o sequestrati che uscissero
di casa, o subalterni che non facessero il loro dovere, o chiunque
altro. Era uno di que' rimedi eccessivi e inefficaci de' quali, a quel
tempo, e in que' momenti specialmente, si faceva tanto scialacquìo.
Ora, mentre Renzo guarda quello strumento, pensando perché possa essere
alzato in quel luogo, sente avvicinarsi sempre piú il rumore, e vede
spuntar dalla cantonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello:
era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allungando il collo,
e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e strascinato da quelli,
un carro di morti, e dopo quello un altro, e poi un altro e un altro; e
di qua e di là, monatti alle costole de' cavalli, spingendoli, a
frustate, a punzoni, a bestemmie. Eran que' cadaveri, la piú parte
ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati,
intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano
al tepore della primavera; ché, a ogni intoppo, a ogni scossa, si
vedevan que' mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente, e
ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia
svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando all'occhio già inorridito
come un tale spettacolo poteva divenire piú doloroso e piú sconcio.
Il giovine s'era fermato sulla cantonata della piazza, vicino alla
sbarra del canale, e pregava intanto per que' morti sconosciuti. Un
atroce pensiero gli balenò in mente:
|
“forse là, là insieme, là sotto...
Oh, Signore! fate che non sia vero! fate ch'io non ci pensi!”
|
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Passato il convoglio funebre, Renzo si mosse, attraversò la piazza,
prendendo lungo il canale a mancina, senz'altra ragione della scelta,
se non che il convoglio era andato dall'altra parte. Fatti que' quattro
passi tra il fianco della chiesa e il canale, vide a destra il ponte
Marcellino; prese di lì, e riuscì in Borgo Nuovo. E guardando innanzi,
sempre con quella mira di trovar qualcheduno da farsi insegnar la
strada, vide in fondo a quella un.prete in farsetto, con un bastoncino
in mano, ritto vicino a un uscio socchiuso, col capo chinato, e
l'orecchio allo spiraglio; e poco dopo lo vide alzar la mano e
benedire. Congetturò quello ch'era di fatto, cioè che finisse di
confessar qualcheduno; e disse tra sé:
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“questo è l'uomo che fa per me.
Se un prete, in funzion di prete, non ha un po' di carità, un po'
d'amore e di buona grazia, bisogna dire che non ce ne sia piú in questo
mondo.”
|
|
Intanto il prete, staccatosi dall'uscio, veniva dalla parte di Renzo,
tenendosi, con gran riguardo, nel mezzo della strada. Renzo, quando gli
fu vicino, si levò il cappello, e gli accennò che desiderava parlargli,
fermandosi nello stesso tempo, in maniera da fargli intendere che non
si sarebbe accostato di piú. Quello pure si fermò, in atto di stare a
sentire, puntando però in terra il suo bastoncino davanti a sé, come
per farsene un baluardo. Renzo espose la sua domanda, alla quale il
prete soddisfece, non solo con dirgli il nome della strada dove la casa
era situata, ma dandogli anche, come vide che il poverino n'aveva
bisogno, un po' d'itinerario; indicandogli, cioè, a forza di diritte e
di mancine, di chiese e di croci, quell'altre sei o otto strade che
aveva da passare per arrivarci.
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“Dio la mantenga sano, in questi tempi, e sempre,”
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disse Renzo: e
mentre quello si moveva per andarsene,
soggiunse; e
gli disse della povera donna dimenticata. Il buon prete ringraziò lui
d'avergli dato occasione di fare una carità così necessaria; e, dicendo
che andava ad avvertire chi bisognava, tirò avanti. Renzo si mosse
anche lui, e, camminando, cercava di fare a se stesso una ripetizione
dell'itinerario, per non esser da capo a dover domandare a ogni
cantonata. Ma non potreste immaginarvi come quell'operazione gli
riuscisse penosa, e non tanto per la difficoltà della cosa in sé,
quanto per un nuovo turbamento che gli era nato nell'animo. Quel nome
della strada, quella traccia del cammino l'avevan messo così
sottosopra. Era l'indizio che aveva desiderato e domandato, e del quale
non poteva far di meno; né gli era stato detto nient'altro, da che
potesse ricavare nessun augurio sinistro; ma che volete? quell'idea un
po' piú distinta d'un termine vicino, dove uscirebbe d'una
grand'incertezza, dove potrebbe sentirsi dire: è viva, o sentirsi dire:
è morta; quell'idea l'aveva così colpito che, in quel momento, gli
sarebbe piaciuto piú di trovarsi ancora ai buio di tutto, d'essere al
principio del viaggio, di cui ormai toccava la fine. Raccolse però le
sue forze, e disse a se stesso:
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“ehi! se principiamo ora a fare il
ragazzo, com'anderà?”
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Così rinfrancato alla meglio, seguitò la sua
strada, inoltrandosi nella città.
Quale città! e cos'era mai, al paragone, quello ch'era stata l'anno
avanti, per cagion della fame!
Renzo s'abbatteva appunto a passare per una delle parti piú squallide e
piú desolate: quella crociata di strade che si chiamava il carrobio di
porta Nuova. (C'era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad essa,
accanto a dove ora è san Francesco di Paola, una vecchia chiesa col
titolo di sant'Anastasia). Tanta era stata in quel vicinato la furia
del contagio, e il fetor de' cadaveri lasciati lì che i pochi rimasti
vivi erano stati costretti a sgomberare: sicché, alla mestizia che dava
al passeggiero quell'aspetto di solitudine e d'abbandono, s'aggiungeva
l'orrore e lo schifo delle tracce e degli avanzi della recente
abitazione. Renzo affrettò il passo, facendosi coraggio col pensare che
la meta non doveva essere così vicina, e sperando che, prima
d'arrivarci, troverebbe mutata, almeno in parte, la scena; e infatti,
di lì a non molto, riuscì in un luogo che poteva pur dirsi città di
viventi; ma quale città ancora, e quali viventi! Serrati, per sospetto
e per terrore, tutti gli usci di strada, salvo quelli che fossero
spalancati per esser le case disabitate, o invase; altri inchiodati e
sigillati, per esser nelle case morta o ammalata gente di peste; altri
segnati d'una croce fatta col carbone, per indizio ai monatti, che
c'eran de' morti da portar via: il tutto piú alla ventura che altro,
secondo che si fosse trovato piuttosto qua che là un qualche
commissario della Sanità o altro impiegato, che avesse voluto eseguir
gli ordini, o fare un'angheria. Per tutto cenci e, piú ributtanti de'
cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle
finestre; talvolta corpi, o di persone morte all'improvviso, nella
strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o
cascati da' carri medesimi, o buttati anch'essi dalle finestre: tanto
l'insistere e l'imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli
animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni, riguardo sociale!
Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito di carrozze,
ogni grido di venditori, ogni chiacchierìo di passeggieri, era ben raro
che quel silenzio di morte fosse rotto da altro che da rumor di carri
funebri, da lamenti di poveri, da rammarichìo d'infermi, da urli di
frenetici, da grida di monatti. All'alba, a mezzogiorno, a sera, una
campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate
dall'arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell'altre
chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a
pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti,
che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto.
Morti a quell'ora forse i due terzi de' cittadini, andati via o
ammalati una buona parte del resto, ridotto quasi a nulla il concorso
della gente di fuori, de' pochi che andavan per le strade, non se ne
sarebbe per avventura, in un lungo giro, incontrato uno solo in cui non
si vedesse qualcosa di strano, e che dava indizio d'una funesta
mutazione di cose. Si vedevano gli uomini piú qualificati, senza cappa
né mantello, parte allora essenzialissima del vestiario civile; senza
sottana i preti, e anche de' religiosi in farsetto; dismessa in somma
ogni sorte di vestito che potesse con gli svolazzi toccar qualche cosa,
o dare (ciò che si temeva piú di tutto il resto) agio agli untori. E
fuor di questa cura d'andar succinti e ristretti il piú che fosse
possibile, negletta e trasandata ogni persona; lunghe le barbe di
quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima costumavan di
raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature, non solo per quella
trascuranza che nasce da un invecchiato abbattimento, ma per esser
divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e condannato, come
untor famoso, uno di loro, Giangiacomo Mora: nome che, per un pezzo,
conservò una celebrità municipale d'infamia, e ne meriterebbe una ben
piú diffusa e perenne di pietà. I piú tenevano da una mano un bastone,
alcuni anche una pistola, per avvertimento minaccioso a chi avesse
voluto avvicinarsi troppo; dall'altra pasticche odorose, o palle di
metallo o di legno traforate, con dentro spugne inzuppate d'aceti
medicati; e se le andavano ogni tanto mettendo al naso, o ce le
tenevano di continuo. Portavano alcuni attaccata al collo una boccetta
con dentro un po' d'argento vivo, persuasi che avesse la virtú
d'assorbire e di ritenere ogni esalazione pestilenziale; e avevan poi
cura di rinnovarlo ogni tanti giorni. I gentiluomini, non solo uscivano
senza il solito seguito, ma si vedevano, con una sporta in braccio,
andare a comprar le cose necessarie al vitto. Gli amici, quando pur due
s'incontrassero per la strada, si salutavan da lontano, con cenni
taciti e frettolosi. Ognuno, camminando, aveva molto da fare, per
iscansare gli schifosi e mortiferi inciampi di cui il terreno era
sparso e, in qualche luogo, anche affatto ingombro: ognuno cercava di
stare in mezzo alla strada, per timore d'altro sudiciume, o d'altro piú
funesto peso che potesse venir giú dalle finestre; per timore delle
polveri venefiche che si diceva esser spesso buttate da quelle su'
passeggieri; per timore delle muraglie, che potevan esser unte. Così
l'ignoranza, coraggiosa e guardinga alla rovescia, aggiungeva ora
angustie all'angustie, e dava falsi terrori, in compenso de'
ragionevoli e salutari che aveva levati da principio.
Tal era ciò che di meno deforme e di men compassionevole si faceva
vedere intorno, i sani, gli agiati: ché, dopo tante immagini di
miseria, e pensando a quella ancor piú grave, per mezzo alla quale
dovrem condurre il lettore, non ci fermeremo ora a dir qual fosse lo
spettacolo degli appestati che si strascicavano o giacevano per le
strade, de' poveri, de' fanciulli, delle donne. Era tale, che il
riguardante poteva trovar quasi un disperato conforto in ciò che ai
lontani e ai posteri fa la piú forte e dolorosa impressione; nel
pensare, dico, nel vedere quanto que' viventi fossero ridotti a pochi.
In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già una buona parte del
suo cammino, quando, distante ancor molti passi da una strada in cui
doveva voltare, sentì venir da quella un vario frastono, nel quale si
faceva distinguere quel solito orribile tintinnìo.
Arrivato alla cantonata della strada, ch'era una delle piú larghe, vide
quattro carri fermi nel mezzo; e come, in un mercato di granaglie, si
vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi,
tale era il movimento in quel luogo: monatti ch'entravan nelle case,
monatti che n'uscivan con un peso su le spalle, e lo mettevano su l'uno
o l'altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel
distintivo, molti con uno ancor piú odioso, pennacchi e fiocchi di vari
colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d'allegria, in
tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da un'altra finestra, veniva una
voce lugubre:
E con suono ancor piú sinistro, da quel
tristo brulichìo usciva qualche vociaccia che rispondeva:
Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai
quali i monatti rispondevano con bestemmie.
Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar
quegl'ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il
suo sguardo s'incontrò in un oggetto singolare di pietà, d'una pietà
che invogliava l'animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi
senza volerlo.
Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il
convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza
avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e
offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor
mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel
sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli
occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era
in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava
un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo
suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente
alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e
ammortito ne' cuori. Portava essa in collo una bambina di forse
nov'anni, morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla
fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero
adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né
la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto
appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina
bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata
gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono piú
forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de' volti
non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due
ch'esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una
specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma
quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo,
disse:
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“non me la toccate per ora; devo metterla io su quel
carro: prendete.”
|
|
Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e
la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò:
|
“promettetemi di non levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri
ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.”
|
|
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi
ossequioso, piú per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che
per l'inaspettata ricompensa, s'affaccendò a far un po' di posto sul
carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la
mise lì come sur un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno
bianco, e disse l'ultime parole:
|
“addio, Cecilia! riposa in pace!
Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per
noi; ch'io pregherò per te e per gli altri.”
|
|
Poi voltatasi di nuovo al
monatto,
disse,
|
“passando di qui verso sera, salirete a prendere
anche me, e non me sola.”
|
|
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla
finestra, tenendo in collo un'altra bambina piú piccola, viva, ma coi
segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne
esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté
vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto
l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come
il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora
in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato.
esclamò Renzo:
|
“esauditela! tiratela a voi, lei e la sua
creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!”
|
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Riavuto da quella commozione straordinaria, e mentre cerca di tirarsi
in mente l'itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare, e
se a diritta o a mancina, sente anche da questa venire un altro e
diverso strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi
lamenti, un pianger di donne, un mugolìo di fanciulli.
Andò avanti, con in cuore quella solita trista e oscura aspettativa.
Arrivato al crocicchio, vide da una parte una moltitudine confusa che
s'avanzava, e si fermò lì, per lasciarla passare. Erano ammalati che
venivan condotti al lazzeretto; alcuni, spinti a forza, resistevano in
vano, in vano gridavano che volevan morire sul loro letto, e
rispondevano con inutili imprecazioni alle bestemmie e ai comandi de'
monatti che li guidavano; altri camminavano in silenzio, senza mostrar
dolore, né alcun altro sentimento, come insensati; donne co' bambini in
collo; fanciulli spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella
compagnia, piú che dal pensiero confuso della morte, i quali ad alte
strida imploravano la madre e le sue braccia fidate, e la casa loro.
Ahi! e forse la madre, che credevano d'aver lasciata addormentata sul
suo letto, ci s'era buttata, sorpresa tutt'a un tratto dalla peste; e
stava lì senza sentimento, per esser portata sur un carro al
lazzeretto, o alla fossa, se il carro veniva piú tardi. Forse, o
sciagura degna di lacrime ancor piú amare! la madre, tutta occupata de'
suoi patimenti, aveva dimenticato ogni cosa, anche i figli, e non aveva
piú che un pensiero: di morire in pace. Pure, in tanta confusione, si
vedeva ancora qualche esempio di fermezza e di pietà: padri, madri,
fratelli, figli, consorti, che sostenevano i cari loro, e gli
accompagnavano con parole di conforto: né adulti soltanto, ma
ragazzetti, ma fanciulline che guidavano i fratellini piú teneri, e,
con giudizio e con compassione da grandi, raccomandavano loro d'essere
ubbidienti, gli assicuravano che s'andava in un luogo dove c'era chi
avrebbe cura di loro per farli guarire.
In mezzo alla malinconia e alla tenerezza di tali viste, una cosa
toccava piú sul vivo, e teneva in agitazione il nostro viaggiatore. La
casa doveva esser lì vicina, e chi sa se tra quella gente... Ma passata
tutta la comitiva, e cessato quel dubbio, si voltò a un monatto che
veniva dietro, e gli domandò della strada e della casa di don Ferrante.
fu la risposta che n'ebbe. Né si curò di dare
a colui quella che si meritava; ma, visto, a due passi, un commissario
che veniva in coda al convoglio, e aveva un viso un po' piú di
cristiano, fece a lui la stessa domanda. Questo, accennando con un
bastone la parte donde veniva, disse:
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“la prima strada a diritta,
l'ultima casa grande a sinistra.”
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Con una nuova e piú forte ansietà in cuore, il giovine prende da quella
parte. E' nella strada; distingue subito la casa tra l'altre, piú basse
e meschine; s'accosta al portone che è chiuso, mette la mano sul
martello, e ce la tien sospesa, come in un'urna, prima di tirar su la
polizza dove fosse scritta la sua vita, o la sua morte. Finalmente alza
il martello, e dà un picchio risoluto.
Dopo qualche momento, s'apre un poco una finestra; una donna fa
capolino, guardando chi era, con un viso ombroso che par che dica:
monatti? vagabondi? commissari? untori? diavoli?
disse Renzo guardando in su, e con voce non troppo
sicura:
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“ci sta qui a servire una giovine di campagna, che ha nome
Lucia?”
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“La non c'è piú; andate,”
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rispose quella donna, facendo atto di
chiudere.
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“Un momento, per carità! La non c'è piú? Dov'è?”
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e di nuovo voleva chiudere.
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“Ma un momento, per l'amor del cielo! Con la peste?”
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“Già. Cosa nuova, eh? Andate.”
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“Oh povero me! Aspetti: era ammalata molto? Quanto tempo è...?”
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Ma intanto la finestra fu chiusa davvero.
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“Quella signora! quella signora! una parola, per carità! per i suoi
poveri morti! Non le chiedo niente del suo: ohe!”
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Ma era come dire al
muro.
Afflitto della nuova, e arrabbiato della maniera, Renzo afferrò ancora
il martello, e, così appoggiato alla porta, andava stringendolo e
storcendolo, l'alzava per picchiar di nuovo alla disperata, poi lo
teneva sospeso. In quest'agitazione, si voltò per vedere se mai ci
fosse d'intorno qualche vicino, da cui potesse forse aver qualche
informazione piú precisa, qualche indizio, qualche lume. Ma la prima,
l'unica persona che vide, fu un'altra donna, distante forse un venti
passi; la quale, con un viso ch'esprimeva terrore, odio, impazienza e
malizia, con cert'occhi stravolti che volevano insieme guardar lui, e
guardar lontano, spalancando la bocca come in atto di gridare a piú non
posso, ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne,
allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa d'artigli,
come se cercasse d'acchiappar qualcosa, si vedeva che voleva chiamar
gente, in modo che qualcheduno non se n'accorgesse. Quando
s'incontrarono a guardarsi, colei, fattasi ancor piú brutta, si
riscosse come persona sorpresa.
cominciava Renzo, alzando anche lui le mani verso la
donna; ma questa, perduta la speranza di poterlo far cogliere
all'improvviso, lasciò scappare il grido che aveva rattenuto fin
allora:
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“l'untore! dàgli! dàgli! dàgli all'untore!”
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“Chi? io! ah strega bugiarda! sta' zitta,”
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gridò Renzo; e fece un salto
verso di lei, per impaurirla e farla chetare. Ma s'avvide subito, che
aveva bisogno piuttosto di pensare ai casi suoi. Allo strillar della
vecchia, accorreva gente di qua e di là; non la folla che, in un caso
simile, sarebbe stata, tre mesi prima; ma piú che abbastanza per poter
fare d'un uomo solo quel che volessero. Nello stesso tempo, s'aprì di
nuovo la finestra, e quella medesima sgarbata di prima ci s'affacciò
questa volta, e gridava anche lei:
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“pigliatelo, pigliatelo; che
dev'essere uno di que' birboni che vanno in giro a unger le porte de'
galantuomini.”
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Renzo non istette lì a pensare: gli parve subito miglior partito
sbrigarsi da coloro, che rimanere a dir le sue ragioni: diede
un'occhiata a destra e a sinistra, da che parte ci fosse men gente, e
svignò di là. Rispinse con un urtone uno che gli parava la strada; con
un gran punzone nel petto, fece dare indietro otto o dieci passi un
altro che gli correva incontro; e via di galoppo, col pugno in aria,
stretto, nocchiuto, pronto per qualunque altro gli fosse venuto tra'
piedi. La strada davanti era sempre libera; ma dietro le spalle sentiva
il calpestìo e, piú forti del calpestìo, quelle grida amare:
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“dàgli!
dàgli! all'untore!”
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Non sapeva quando fossero per fermarsi; non vedeva
dove si potrebbe mettere in salvo. L'ira divenne rabbia, l'angoscia si
cangiò in disperazione; e, perso il lume degli occhi, mise mano al suo
coltellaccio, lo sfoderò, si fermò su due piedi, voltò indietro il viso
piú torvo e piú cagnesco che avesse fatto a' suoi giorni; e, col
braccio teso, brandendo in aria la lama luccicante, gridò:
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“chi ha
cuore, venga avanti, canaglia! che l'ungerò io davvero con questo.”
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Ma, con maraviglia, e con un sentimento confuso di consolazione, vide
che i suoi persecutori s'eran già fermati, e stavan lì come titubanti,
e che, seguitando a urlare, facevan, con le mani per aria, certi cenni
da spiritati, come a gente che venisse di lontano dietro a lui. Si
voltò di nuovo, e vide (ché il gran turbamento non gliel aveva lasciato
vedere un momento prima) un carro che s'avanzava, anzi una fila di que'
soliti carri funebri, col solito accompagnamento; e dietro, a qualche
distanza, un altro mucchietto di gente che avrebbero voluto anche loro
dare addosso all'untore, e prenderlo in mezzo; ma eran trattenuti
dall'impedimento medesimo. Vistosi così tra due fuochi, gli venne in
mente che ciò che era di terrore a coloro, poteva essere a lui di
salvezza; pensò che non era tempo di far lo schizzinoso; rimise il
coltellaccio nel fodero, si tirò da una parte, prese la rincorsa verso
i carri, passò il primo, e adocchiò nel secondo un buono spazio voto.
Prende la mira, spicca un salto; è su, piantato sul piede destro, col
sinistro in aria, e con le braccia alzate.
esclamarono, a una voce, i monatti, alcuni de' quali
seguivano il convoglio a piedi, altri eran seduti sui carri, altri, per
dire l'orribil cosa com'era, sui cadaveri, trincando da un gran fiasco
che andava in giro.
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“Sei venuto a metterti sotto la protezione de' monatti; fa' conto
d'essere in chiesa,”
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gli disse uno de' due che stavano sul carro
dov'era montato.
I nemici, all'avvicinarsi del treno, avevano, i piú, voltate le spalle,
e se n'andavano, non lasciando di gridare:
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“dàgli! dàgli! all'untore!”
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Qualcheduno si ritirava piú adagio, fermandosi ogni tanto, e
voltandosi, con versacci e con gesti di minaccia, a Renzo; il quale,
dal carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria.
gli disse un monatto; e strappato d'addosso a un
cadavere un laido cencio, l'annodò in fretta, e, presolo per una delle
cocche, l'alzò come una fionda verso quegli ostinati, e fece le viste
di buttarglielo, gridando:
A quell'atto, fuggiron
tutti, inorriditi; e Renzo non vide piú che schiene di nemici, e
calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere.
Tra i monatti s'alzò un urlo di trionfo, uno scroscio procelloso di
risa, un
prolungato, come per accompagnar quella fuga.
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“Ah ah! vedi se noi sappiamo proteggere i galantuomini?”
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disse a Renzo
quel monatto:
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“val piú uno di noi che cento di que' poltroni.”
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“Certo, posso dire che vi devo la vita,”
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rispose Renzo:
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“e vi ringrazio
con tutto il cuore.”
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disse il monatto:
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“tu lo meriti: si vede che sei un
bravo giovine. Fai bene a ungere questa canaglia: ungili, estirpali
costoro, che non vaglion qualcosa, se non quando son morti; che, per
ricompensa della vita che facciamo, ci maledicono, e vanno dicendo che,
finita la morìa, ci voglion fare impiccar tutti. Hanno a finir prima
loro che la morìa, e i monatti hanno a restar soli, a cantar vittoria,
e a sguazzar per Milano.”
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“Viva la morìa, e moia la marmaglia!”
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esclamò l'altro; e, con questo
bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e, tenendolo con tutt'e due
le mani, tra le scosse del carro, diede una buona bevuta, poi lo porse
a Renzo, dicendo:
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“bevi alla nostra salute.”
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“Ve l'auguro a tutti, con tutto il cuore,”
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disse Renzo:
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“ma non ho
sete; non ho proprio voglia di bere in questo momento.”
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“Tu hai avuto una bella paura, a quel che mi pare,”
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disse il monatto:
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“m'hai l'aria d'un pover'uomo; ci vuol altri visi a far l'untore.”
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“Ognuno s'ingegna come può,”
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disse l'altro.
disse uno di quelli che venivano a piedi accanto al
carro,
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“ché ne voglio bere anch'io un altro sorso, alla salute del suo
padrone, che si trova qui in questa bella compagnia... lì, lì, appunto,
mi pare, in quella bella carrozzata.”
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E, con un suo atroce e maledetto ghigno, accennava il carro davanti a
quello su cui stava il povero Renzo. Poi, composto il viso a un atto di
serietà ancor piú bieco e fellonesco, fece una riverenza da quella
parte, e riprese:
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“si contenta, padron mio, che un povero monattuccio
assaggi di quello della sua cantina? Vede bene: si fa certe vite: siam
quelli che l'abbiam messo in carrozza, per condurlo in villeggiatura. E
poi, già a loro signori il vino fa subito male: i poveri monatti han lo
stomaco buono.”
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E tra le risate de' compagni, prese il fiasco, e l'alzò; ma, prima di
bere, si voltò a Renzo, gli fissò gli occhi in viso, e gli disse, con
una cert'aria di compassione sprezzante:
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“bisogna che il diavolo col
quale hai fatto il patto, sia ben giovine; ché, se non eravamo lì noi a
salvarti, lui ti dava un bell'aiuto.”
|
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E tra un nuovo scroscio di risa,
s'attaccò il fiasco alle labbra.
gridaron piú voci dal carro ch'era avanti. Il
birbone, tracannato quanto ne volle, porse, con tutt'e due le mani, il
gran fiasco a quegli altri suoi simili, i quali se lo passaron dall'uno
all'altro, fino a uno che, votatolo, lo prese per il collo, gli fece
fare il mulinello, e lo scagliò a fracassarsi sulle lastre, gridando:
Dietro a queste parole, intonò una loro canzonaccia; e
subito alla sua voce s'accompagnaron tutte l'altre di quel turpe coro.
La cantilena infernale, mista al tintinnìo de' campanelli, al cigolìo
de' carri, al calpestìo de' cavalli, risonava nel voto silenzioso delle
strade, e, rimbombando nelle case, stringeva amaramente il cuore de'
pochi che ancor le abitavano.
Ma cosa non può alle volte venire in acconcio? cosa non può far piacere
in qualche caso? Il pericolo d'un momento prima aveva resa piú che
tollerabile a Renzo la compagnia di que' morti e di que' vivi; e ora fu
a' suoi orecchi una musica, sto per dire, gradita, quella che lo levava
dall'impiccio d'una tale conversazione. Ancor mezzo affannato, e tutto
sottosopra, ringraziava intanto alla meglio in cuor suo la Provvidenza,
d'essere uscito d'un tal frangente, senza ricever male né farne; la
pregava che l'aiutasse ora a liberarsi anche da' suoi liberatori; e dal
canto suo, stava all'erta, guardava quelli, guardava la strada, per
cogliere il tempo di sdrucciolar giú quatto quatto, senza dar loro
occasione di far qualche rumore, qualche scenata, che mettesse in
malizia i passeggieri.
Tutt'a un tratto, a una cantonata, gli parve di riconoscere il luogo:
guardò piú attentamente, e ne fu sicuro. Sapete dov'era? Sul corso di
porta orientale, in quella strada per cui era venuto adagio, e tornato
via in fretta, circa venti mesi prima. Gli venne subito in mente che di
lì s'andava diritto al lazzeretto; e questo trovarsi sulla strada
giusta, senza studiare, senza domandare, l'ebbe per un tratto speciale
della Provvidenza, e per buon augurio del rimanente. In quel punto,
veniva incontro ai carri un commissario, gridando a' monatti di
fermare, e non so che altro: il fatto è che il convoglio si fermò, e la
musica si cambiò in un diverbio rumoroso, Uno de' monatti ch'eran sul
carro di Renzo, saltò giú: Renzo disse all'altro:
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“vi ringrazio della
vostra carità: Dio ve ne renda merito,”
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e giú anche lui, dall'altra
parte.
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“Va', va', povero untorello,”
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rispose colui:
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“non sarai tu quello che
spianti Milano.”
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Per fortuna, non c'era chi potesse sentire. Il convoglio era fermato
sulla sinistra del corso: Renzo prende in fretta dall'altra parte, e,
rasentando il muro, trotta innanzi verso il ponte; lo passa, continua
per la strada del borgo, riconosce il convento de' cappuccini, è vicino
alla porta, vede spuntar l'angolo del lazzeretto, passa il cancello, e
gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto: un indizio
appena e un saggio, e già una vasta, diversa, indescrivibile scena.
Lungo i due lati che si presentano a chi guardi da quel punto, era
tutto un brulichìo; erano ammalati che andavano, in compagnie, al
lazzeretto; altri che sedevano o giacevano sulle sponde del fossato che
lo costeggia; sia che le forze non fosser loro bastate per condursi fin
dentro al ricovero, sia che, usciti di là per disperazione, le forze
fosser loro ugualmente mancate per andar piu avanti. Altri meschini
erravano sbandati, come stupidi, e non pochi fuor di sé affatto; uno
stava tutto infervorato a raccontar le sue immaginazioni a un
disgraziato che giaceva oppresso dal male; un altro dava nelle smanie;
un altro guardava in qua e in là con un visino ridente, come se
assistesse a un lieto spettacolo. Ma la specie piu strana e piu
rumorosa d'una tal trista allegrezza, era un cantare alto e continuo,
il quale pareva che non venisse fuori da quella miserabile folla, e
pure si faceva sentire piu che tutte l'altre voci: una canzone
contadinesca d'amore gaio e scherzevole, di quelle che chiamavan
villanelle; e andando con lo sguardo dietro al suono, per iscoprire chi
mai potesse esser contento, in quel tempo, in quel luogo, si vedeva un
meschino che, seduto tranquillamente in fondo al fossato, cantava a piú
non posso, con la testa per aria.
Renzo aveva appena fatti alcuni passi lungo il lato meridionale
dell'edifizio, che si sentì in quella moltitudine un rumore
straordinario, e di lontano voci che gridavano: guarda! piglia! S'alza
in punta di piedi, e vede un cavallaccio che andava di carriera, spinto
da un piú strano cavaliere: era un frenetico che, vista quella bestia
sciolta e non guardata, accanto a un carro, c'era montato in fretta a
bisdosso, e, martellandole il collo co' pugni, e facendo sproni de'
calcagni, la cacciava in furia; e monatti dietro, urlando; e tutto si
ravvolse in un nuvolo di polvere, che volava lontano.
Così, già sbalordito e stanco di veder miserie, il giovine arrivò alla
porta di quel luogo dove ce n'erano adunate forse piú che non ce ne
fosse di sparse in tutto lo spazio che gli era già toccato di
percorrere. S'affaccia a quella porta, entra sotto la volta, e rimane
un momento immobile a mezzo del portico.
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