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Il sole
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“Ma perché si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perché, al primo
avviso, s'era mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata del
padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo?”
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Bisogna
soddisfare a tutte queste domande.
Il padre Cristoforo da *** era un uomo piú vicino ai sessanta che ai
cinquant'anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli,
che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s'alzava di tempo
in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che
d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà.
La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva
ancor piú risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto,
alle quali un'astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai piú
aggiunto di gravità che tolto d'espressione. Due occhi incavati eran
per lo piú chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità
repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere,
col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno,
di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona
tirata di morso.
Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato
Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d'un
mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del
mio anonimo) che, ne' suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito di
beni, e con quell'unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e
s'era dato a viver da signore.
Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di
tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo.
Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far
dimenticare ch'era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare
anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli
comparivan sempre nella memoria, come l'ombra di Banco a Macbeth, anche
tra la pompa delle mense, e il sorriso de' parassiti. E non si potrebbe
dire la cura che dovevano aver que' poveretti, per schivare ogni parola
che potesse parere allusiva all'antica condizione del convitante. Un
giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne'
momenti della piú viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto
dire chi piú godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d'aver
apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di
que' commensali, il piú onesto mangiatore del mondo. Questo, per
corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col
candore d'un bambino, rispose:
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“eh! io fo l'orecchio del mercante”.
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Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era uscita
di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone, che
s'era rannuvolata: l'uno e l'altro avrebber voluto riprender quella di
prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da
sé, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una diversione;
ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era piú
manifesto. Ognuno scansava d'incontrar gli occhi degli altri; ognuno
sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan
dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n'andò; e l'imprudente o,
per parlar con piú giustizia, lo sfortunato, non ricevette piú invito.
Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie
continue, temendo sempre d'essere schernito, e non riflettendo mai che
il vendere non è cosa piú ridicola che il comprare, e che quella
professione di cui allora si vergognava, l'aveva pure esercitata per
tant'anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il
figlio nobilmente, secondo la condizione de' tempi, e per quanto gli
era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di
lettere e d'esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e
giovinetto.
Lodovico aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i
quali era cresciuto, l'avevano avvezzato ad esser trattato con molto
rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città,
trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che,
a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli
conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star
sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di
vivere non s'accordava, né con l'educazione, né con la natura di
Lodovico. S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con
rammarico; perché gli pareva che questi veramente avrebber dovuto
essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti piú trattabili. Con
questo misto d'inclinazione e di rancore, non potendo frequentarli
famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo,
s'era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi
così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta
insieme e violenta, l'aveva poi imbarcato per tempo in altre gare piú
serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l'angherie e per i
soprusi: orrore reso ancor piú vivo in lui dalla qualità delle persone
che piú ne commettevano alla giornata; ch'erano appunto coloro coi
quali aveva piú di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare
tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d'un
debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore,
s'intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un'altra; tanto che,
a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e
un vendicatore de' torti. L'impiego era gravoso; e non è da domandare
se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la
guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni;
perché, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui
restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che
la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un
buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne
un aiuto piú vigoroso, doveva scegliere i piú arrischiati, cioè i piú
ribaldi; e vivere co' birboni, per amor della giustizia. Tanto che, piú
d'una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un
pericolo imminente, annoiato dal continuo guardarsi, stomacato della
sua compagnia, in pensiero dell'avvenire, per le sue sostanze che se
n'andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, piú d'una
volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que' tempi,
era il ripiego piú comune, per uscir d'impicci. Ma questa, che sarebbe
forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una
risoluzione, a causa d'un accidente, il piú serio che gli fosse ancor
capitato.
Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi,
e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e,
dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa
cinquant'anni, affezionato, dalla gioventú, a Lodovico, che aveva
veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da
vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide
Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore
di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli
era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il
contraccambio: giacché è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di
poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da
quattro bravi, s'avanzava diritto, con passo superbo, con la testa
alta, con la bocca composta all'alterigia e allo sprezzo. Tutt'e due
camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col
lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove
mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per
dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso.
L'altro pretendeva, all'opposto, che quel diritto competesse a lui,
come a nobile, e che a Lodovico toccasse d'andar nel mezzo; e ciò in
forza d'un'altra consuetudine. Perocché, in questo, come accade in
molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza
che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità
di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s'abbattesse in
un'altra della stessa tempra. Que' due si venivano incontro, ristretti
alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si
trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo
alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di
voce:
rispose Lodovico.
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“Co' vostri pari, è sempre mia.”
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“Sì, se l'arroganza de' vostri pari fosse legge per i pari miei.”
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I
bravi dell'uno e dell'altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo
padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati
alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in
distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori
animava sempre piú il puntiglio de' contendenti.
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“Nel mezzo, vile meccanico; o ch'io t'insegno una volta come si tratta
co' gentiluomini.”
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“Voi mentite ch'io sia vile.”
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“Tu menti ch'io abbia mentito.”
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Questa risposta era di prammatica.
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“E,
se tu fossi cavaliere, come son io, ”
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aggiunse quel signore,
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“ti
vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei
tu.”
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“E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co' fatti l'insolenza
delle vostre parole.”
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“Gettate nel fango questo ribaldo,”
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disse il gentiluomo, voltandosi a'
suoi.
disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e
mettendo mano alla spada.
gridò l'altro, sfoderando la sua:
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“io spezzerò questa,
quando sarà macchiata del tuo vil sangue.”
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Così s'avventarono l'uno all'altro; i servitori delle due parti si
slanciarono alla difesa de' loro padroni. Il combattimento era
disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piúttosto a
scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo
voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al
braccio sinistro una pugnalata d'un bravo, e una sgraffiatura leggiera
in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per
finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell'estremo
pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la
sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico,
come fuor di sé, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde
moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del
gentiluomo, visto ch'era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli
di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi piú a chi
dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva,
scantonarono dall'altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que' due
funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.
E' uno.
Gli ha fatto un occhiello nel
ventre.
Quel prepotente.
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“Oh santa Maria, che
sconquasso!”
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Chi cerca trova.
Ha finito anche lui.
Vuol essere una faccenda seria.
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“E quell'altro
disgraziato!”
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Misericordia! che spettacolo!
Sta
fresco anche lui.
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“Vedete com'è concio! butta sangue da tutte le
parti.”
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“Scappi, scappi. Non si lasci prendere.”
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Queste parole, che piú di tutte si facevan sentire nel frastuono
confuso di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio,
venne anche l'aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di
cappuccini, asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a' birri, e a
tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la
giustizia. L'uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla,
quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del
popolo, che glielo raccomandava, dicendo:
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“è un uomo dabbene che ha
freddato un birbone superbo: l'ha fatto per sua difesa: c'è stato
tirato per i capelli.”
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Lodovico non aveva mai, prima d'allora, sparso sangue; e, benché
l'omicidio fosse, a que' tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi
d'ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo,
pure l'impressione ch'egli ricevette dal veder l'uomo morto per lui, e
l'uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di
sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l'alterazione
di quel volto, che passava in un momento, dalla minaccia e dal furore,
all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che
cambiò, in un punto, l'animo dell'uccisore. Strascinato al convento,
non sapeva quasi dove si fosse, né cosa si facesse; e, quando fu
tornato in sé, si trovò in un letto dell'infermeria, nelle mani del
frate chirurgo (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni
convento), che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite ch'egli
aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare era
d'assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo
servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento.
Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell'infermeria, e, avvicinatosi al
letto dove Lodovico giaceva,
gli disse:
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“almeno è morto
bene, e m'ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il
suo.”
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Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli
risvegliò piú vivamente e piú distintamente i sentimenti ch'eran
confusi e affollati nel suo animo: dolore dell'amico, sgomento e
rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello stesso tempo,
un'angosciosa compassione dell'uomo che aveva ucciso.
domandò ansiosamente al frate.
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“L'altro era spirato, quand'io arrivai.”
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Frattanto, gli accessi e i
contorni del convento formicolavan di popolo curioso: ma, giunta la
sbirraglia, fece smaltir la folla, e si postò a una certa distanza
dalla porta, in modo però che nessuno potesse uscirne inosservato. Un
fratello del morto, due suoi cugini e un vecchio zio, vennero pure,
armati da capo a piedi, con grande accompagnamento di bravi; e si
misero a far la ronda intorno, guardando, con aria e con atti di
dispetto minaccioso, que' curiosi, che non osavan dire: gli sta bene;
ma l'avevano scritto in viso.
Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un
frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le
chiedesse in suo nome perdono d'essere stato lui la cagione, quantunque
ben certo involontaria, di quella desolazione, e, nello stesso tempo,
l'assicurasse ch'egli prendeva la famiglia sopra di sé. Riflettendo
quindi a' casi suoi, sentì rinascere piú che mai vivo e serio quel
pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente:
gli parve che Dio medesimo l'avesse messo sulla strada, e datogli un
segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella
congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli
manifestò il suo desiderio. N'ebbe in risposta, che bisognava guardarsi
dalle risoluzioni precipitate; ma che, se persisteva, non sarebbe
rifiutato. Allora, fatto venire un notaro, dettò una donazione di tutto
ciò che gli rimaneva (ch'era tuttavia un bel patrimonio) alla famiglia
di Cristoforo: una somma alla vedova, come se le costituisse una
contraddote, e il resto a otto figliuoli che Cristoforo aveva lasciati.
La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti,
i quali, per cagion sua, erano in un bell'intrigo. Rimandarlo dal
convento, ed esporlo così alla giustizia, cioè alla vendetta de' suoi
nemici, non era partito da metter neppure in consulta. Sarebbe stato lo
stesso che rinunziare a' propri privilegi, screditare il convento
presso il popolo, attirarsi il biasimo di tutti i cappuccini
dell'universo, per aver lasciato violare il diritto di tutti,
concitarsi contro tutte l'autorità ecclesiastiche, le quali si
consideravan come tutrici di questo diritto. Dall'altra parte, la
famiglia dell'ucciso, potente assai, e per sé, e per le sue aderenze,
s'era messa al punto di voler vendetta; e dichiarava suo nemico
chiunque s'attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che a
loro dolesse molto dell'ucciso, e nemmeno che una lagrima fosse stata
sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto ch'eran tutti
smaniosi d'aver nell'unghie l'uccisore, o vivo o morto. Ora questo,
vestendo l'abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in certa
maniera, un'emenda, s'imponeva una penitenza, si chiamava
implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un
nemico che depon l'armi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro
piacesse, credere e vantarsi che s'era fatto frate per disperazione, e
per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a
spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a
dormir sur un saccone, a viver d'elemosina, poteva parere una punizione
competente, anche all'offeso il piú borioso.
Il padre guardiano si presentò, con un'umiltà disinvolta, al fratello
del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l'illustrissima casa,
e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile,
parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo
garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando
poi soavemente, e con maniera ancor piú destra, che, piacesse o non
piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il
cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo:
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“è un troppo
giusto dolore.”.
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Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia
avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque
cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come una
condizione, che l'uccisor di suo fratello partirebbe subito da quella
città. Il guardiano, che aveva già deliberato che questo fosse fatto,
disse che si farebbe, lasciando che l'altro credesse, se gli piaceva,
esser questo un atto d'ubbidienza: e tutto fu concluso. Contenta la
famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati, che salvavano un
uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i
dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi
lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor d'impiccio un uomo
ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione;
contento finalmente, e piú di tutti, in mezzo al dolore, il nostro
Lodovico, il quale cominciava una vita d'espiazione e di servizio, che
potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il
pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione
fosse attribuita alla paura, l'afflisse un momento; ma si consolò
subito, col pensiero che anche quell'ingiusto giudizio sarebbe un
gastigo per lui, e un mezzo d'espiazione. Così, a trent'anni, si
ravvolse nel sacco; e, dovendo, secondo l'uso, lasciare il suo nome, e
prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento,
ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo.
Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gl'intimò
che sarebbe andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia
lontano, e che partirebbe all'indomani. Il novizio s'inchinò
profondamente, e chiese una grazia.
disse,
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“che,
prima di partir da questa città, dove ho sparso il sangue d'un uomo,
dove lascio una famiglia crudelmente offesa, io la ristori almeno
dell'affronto, ch'io mostri almeno il mio rammarico di non poter
risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell'ucciso, e gli
levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall'animo.”
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Al
guardiano parve che un tal passo, oltre all'esser buono in sé,
servirebbe a riconciliar sempre piú la famiglia col convento; e andò
diviato da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra
Cristoforo. A proposta così inaspettata, colui sentì, insieme con la
maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche
compiacenza. Dopo aver pensato un momento,
disse; e
assegnò l'ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso
desiderato.
Il gentiluomo pensò subito che, quanto piú quella soddisfazione fosse
solenne e clamorosa, tanto piú accrescerebbe il suo credito presso
tutta la parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con
un'eleganza moderna) una bella pagina nella storia della famiglia. Fece
avvertire in fretta tutti i parenti che, all'indomani, a mezzogiorno,
restassero serviti (così si diceva allora) di venir da lui, a ricevere
una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzo brulicava di
signori d'ogni età e d'ogni sesso: era un girare, un rimescolarsi di
gran cappe, d'alte penne, di durlindane pendenti, un moversi librato di
gorgiere inamidate e crespe, uno strascico intralciato di rabescate
zimarre. Le anticamere, il cortile e la strada formicolavan di
servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra Cristoforo vide
quell'apparecchio, ne indovinò il motivo, e provò un leggier
turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sé:
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“sta bene: l'ho ucciso
in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu scandalo,
questa è riparazione.”
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Così, con gli occhi bassi, col padre compagno al
fianco, passò la porta di quella casa, attraversò il cortile, tra una
folla che lo squadrava con una curiosità poco cerimoniosa; salì le
scale, e, di mezzo all'altra folla signorile, che fece ala al suo
passaggio, seguito da cento sguardi, giunse alla presenza del padron di
casa; il quale, circondato da' parenti piú prossimi, stava ritto nel
mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e il mento in aria,
impugnando, con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con
la destra il bavero della cappa sul petto.
C'è talvolta, nel volto e nel contegno d'un uomo, un'espressione così
immediata, si direbbe quasi un'effusione dell'animo interno, che, in
una folla di spettatori, il giudizio sopra quell'animo sarà un solo. Il
volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che
non s'era fatto frate, né veniva a quell'umiliazione per timore umano:
e questo cominciò a concigliarglieli tutti. Quando vide l'offeso,
affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani
sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole:
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“io sono
l'omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo
del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde
scuse, la supplico d'accettarle per l'amor di Dio.”
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Tutti gli occhi
erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava; tutti
gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s'alzò, per tutta
la sala, un mormorìo di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che stava
in atto di degnazione forzata, e d'ira compressa, fu turbato da quelle
parole; e, chinandosi verso l'inginocchiato,
disse, con
voce alterata:
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“l'offesa... il fatto veramente... ma l'abito che
portate... non solo questo, ma anche per voi. S'alzi, padre... Mio
fratello... non lo posso negare... era un cavaliere... era un uomo...
un po' impetuoso... un po' vivo. Ma tutto accade per disposizion di
Dio. Non se ne parli piú... Ma, padre, lei non deve stare in codesta
positura.”
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E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in
piedi, ma col capo chino, rispose:
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“io posso dunque sperare che lei
m'abbia concesso il suo perdono! E se l'ottengo da lei, da chi non devo
sperarlo? Oh! s'io potessi sentire dalla sua bocca questa parola,
perdono!”
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disse il gentiluomo.
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“Lei non ne ha piú bisogno. Ma pure,
poiché lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti...”
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gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate
s'aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora
un'umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli
uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell'aspetto, e
trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e
gli diede e ne ricevette il bacio di pace. Un
scoppiò da
tutte le parti della sala; tutti si mossero, e si strinsero intorno al
frate. Intanto vennero servitori, con gran copia di rinfreschi. Il
gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale faceva segno di
volersi licenziare, e gli disse:
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“padre, gradisca qualche cosa; mi dia
questa prova d'amicizia.”
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E si mise per servirlo prima d'ogni altro; ma
egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale,
disse,
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“non fanno piú per me; ma non sarà mai ch'io rifiuti i suoi
doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un
pane, perché io possa dire d'aver goduto la sua carità, d'aver mangiato
il suo pane, e avuto un segno del suo perdono.”
|
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Il gentiluomo,
commosso, ordinò che così si facesse; e venne subito un cameriere, in
gran gala, portando un pane sur un piatto d'argento, e lo presentò al
padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta. Chiese
quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti
quelli che, trovandosi piú vicini a lui, poterono impadronirsene un
momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a combatter nell'anticamere,
per isbrigarsi da' servitori, e anche da' bravi, che gli baciavano il
lembo dell'abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò nella strada,
portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo, fino a
una porta della città; d'onde uscì, cominciando il suo pedestre
viaggio, verso il luogo del suo noviziato.
Il fratello dell'ucciso, e il parentado, che s'erano aspettati
d'assaporare in quel giorno la trista gioia dell'orgoglio, si trovarono
in vece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza. La
compagnia si trattenne ancor qualche tempo, con una bonarietà e con una
cordialità insolita, in ragionamenti ai quali nessuno era preparato,
andando là. In vece di soddisfazioni prese, di soprusi vendicati,
d'impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione, la
mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per la
cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre
aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il
marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò in vece
delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto
molt'anni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto
commosso, riandava tra sé, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò
ch'egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti:
(bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise parole)
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“diavolo d'un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora per qualche
momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m'abbia ammazzato il
fratello.”
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La nostra storia nota espressamente che, da quel giorno in
poi, quel signore fu un po' men precipitoso, e un po' piú alla mano.
Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai
piú provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la
sua vita doveva esser consacrata. Il silenzio ch'era imposto a' novizi,
l'osservava, senza avvedersene, assorto com'era, nel pensiero delle
fatiche, delle privazioni e dell'umiliazioni che avrebbe sofferte, per
iscontare il suo fallo. Fermandosi, all'ora della refezione, presso un
benefattore, mangiò, con una specie di voluttà, del pane del perdono:
ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per tenerlo, come un
ricordo perpetuo.
Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale: diremo
soltanto che, adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura, gli
ufizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare e
d'assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un'occasione
d'esercitarne due altri, che s'era imposti da sé: accomodar differenze,
e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per qualche parte,
senza ch'egli se n'avvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un
resticciolo di spiriti guerreschi, che l'umiliazioni e le macerazioni
non avevan potuto spegner del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente
umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità
combattuta, l'uomo s'animava, a un tratto, dell'impeto antico, che,
secondato e modificato da un'enfasi solenne, venutagli dall'uso del
predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo
contegno, come l'aspetto, annunziava una lunga guerra, tra un'indole
focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa,
sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. Un suo
confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva una volta
paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale,
che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione
trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel
travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva.
Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto
l'aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente.
Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta piú sollecitudine, in
quanto conosceva e ammirava l'innocenza di lei, era già in pensiero per
i suoi pericoli, e sentiva un'indegnazione santa, per la turpe
persecuzione della quale era divenuta l'oggetto. Oltre di ciò, avendola
consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di starsene
quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche
tristo effetto; e alla sollecitudine di carità, ch'era in lui come
ingenita, s'aggiungeva, in questo caso, quell'angustia scrupolosa che
spesso tormenta i buoni.
Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre
Cristoforo, è arrivato, s'è affacciato all'uscio; e le donne, lasciando
il manico dell'aspo che facevan girare e stridere, si sono alzate,
dicendo, a una voce:
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“oh padre Cristoforo! sia benedetto!”
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