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Sebbene le recenti guerre abbiano portato al nostro mondo gravissimi
danni sia materiali che morali, ancora ogni giorno in qualche punto
della terra la guerra continua a produrre le sue devastazioni. Anzi
dal momento che in essa si fa uso di armi scientifiche di ogni genere,
la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti ad una barbarie di
gran lunga superiore a quella dei tempi passati. La complessità
inoltre delle odierne situazioni e la intricata rete delle relazioni
internazionali fanno sî che vengano portate in lungo, con nuovi metodi
insidiosi e sovversivi, guerre più o meno larvate. In molti casi il
ricorso ai sistemi del terrorismo è considerato anch'esso una nuova
forma di guerra.
Davanti a questo stato di degradazione dell'umanità, il Concilio
intende innanzi tutto richiamare alla mente il valore immutabile del
diritto naturale delle genti e dei suoi principi universali. La stessa
coscienza del genere umano proclama quei principi con sempre maggiore
fermezza e vigore. Le azioni pertanto che deliberatamente si oppongono
a quei principi e gli ordini che comandano tali azioni sono crimini,
né l'ubbidienza cieca può scusare coloro che li eseguono. Tra
queste azioni vanno innanzi tutto annoverati i metodi sistematici di
sterminio di un intero popolo, di una nazione o di una minoranza
etnica; orrendo delitto che va condannato con estremo rigore. Deve
invece essere sostenuto il coraggio di coloro che non temono di opporsi
apertamente a quelli che ordinano tali misfatti.
Esistono, in materia di guerra, varie convenzioni internazionali,
che un gran numero di nazioni ha sottoscritto per rendere meno inumane
le azioni militari e le loro conseguenze. Tali sono le convenzioni
relative alla sorte dei militari feriti o prigionieri e molti impegni
del genere. Tutte queste convenzioni dovranno essere osservate; anzi
le pubbliche autorità e gli esperti in materia dovranno fare ogni
sforzo, per quanto è loro possibile, affinché siano perfezionate,
in modo da renderle capaci di porre un freno più adatto ed efficace
alle atrocità della guerra. Sembra inoltre conforme ad equità che le
leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di
coscienza, ricusano l'uso delle armi, mentre tuttavia accettano
qualche altra forma di servizio della comunità umana.
La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E
fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà
un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una
volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non
si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi
di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa
pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che
sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità
cose di cosî grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi
per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre
il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende
legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una
guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita
ogni cosa tra le parti in conflitto.
Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione
nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori
della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente
adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla
stabilità della pace.
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