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23. L'unità collegiale appare anche nelle mutue relazioni dei
singoli vescovi con Chiese particolari e con la Chiesa universale.
Il romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e
visibile principio e fondamento dell'unità sia dei vescovi sia della
massa dei fedeli. I singoli vescovi, invece, sono il visibile
principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari queste
sono formate ad immagine della Chiesa universale, ed è in esse e a
partire da esse che esiste la Chiesa cattolica una e unica. Perciò i
singoli vescovi rappresentano la propria Chiesa, e tutti insieme col
Papa rappresentano la Chiesa universale in un vincolo di pace, di
amore e di unità. I singoli vescovi, che sono preposti a Chiese
particolari, esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del
popolo di Dio che è stata loro affidata, non sopra le altre Chiese
né sopra la Chiesa universale. Ma in quanto membri del collegio
episcopale e legittimi successori degli apostoli, per istituzione e
precetto di Cristo sono tenuti ad avere per tutta la Chiesa una
sollecitudine che, sebbene non sia esercitata con atti di
giurisdizione, contribuisce sommamente al bene della Chiesa
universale. Tutti i vescovi, infatti, devono promuovere e difendere
l'unità della fede e la disciplina comune all'insieme della Chiesa,
formare i fedeli all'amore per tutto il corpo mistico di Cristo,
specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle che sono
perseguitate a causa della giustizia (cfr. Mt 5,10), e infine
promuovere ogni attività comune alla Chiesa, specialmente nel
procurare che la fede cresca e sorga per tutti gli uomini la luce della
piena verità. Del resto è certo che, reggendo bene la propria
Chiesa come una porzione della Chiesa universale, contribuiscono essi
stessi efficacemente al bene di tutto il corpo mistico, che è pure il
corpo delle Chiese.
La cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra appartiene
al corpo dei pastori, ai quali tutti, in comune, Cristo diede il
mandato, imponendo un comune dovere, come già papa Celestino
ricordava ai Padri del Concilio Efesino. Quindi i singoli vescovi,
per quanto lo permette l'esercizio del particolare loro dovere, sono
tenuti a collaborare tra di loro e col successore di Pietro, al quale
in modo speciale fu affidato l'altissimo ufficio di propagare il nome
cristiano. Con tutte le forze devono fornire alle missioni non solo
gli operai della messe, ma anche aiuti spirituali e materiali, sia da
sé direttamente, sia suscitando la fervida cooperazione dei fedeli.
I vescovi, infine, in universale comunione di carità, offrano
volentieri il loro fraterno aiuto alle altre Chiese, specialmente alle
più vicine e più povere, seguendo in questo il venerando esempio
dell'antica Chiesa.
Per divina Provvidenza è avvenuto che varie Chiese, in vari luoghi
stabilite dagli apostoli e dai loro successori, durante i secoli si
sono costituite in vari raggruppamenti, organicamente congiunti, i
quali, salva restando l'unità della fede e l'unica costituzione
divina della Chiesa universale, godono di una propria disciplina, di
un proprio uso liturgico, di un proprio patrimonio teologico e
spirituale. Alcune fra esse, soprattutto le antiche Chiese
patriarcali, quasi matrici della fede, ne hanno generate altre a modo
di figlie, colle quali restano fino ai nostri tempi legate da un più
stretto vincolo di carità nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto
dei diritti e dei doveri. Questa varietà di Chiese locali tendenti
all'unità dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa
indivisa. In modo simile le Conferenze episcopali possono oggi
portare un molteplice e fecondo contributo acciocché il senso di
collegialità si realizzi concretamente.
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