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13. La povertà volontariamente abbracciata per mettersi alla
sequela di Cristo, di cui oggi specialmente essa è un segno molto
apprezzato, sia coltivata diligentemente dai religiosi e, se sarà
necessario, si trovino nuove forme per esprimerla. Per mezzo di essa
si partecipa alla povertà di Cristo, il quale da ricco che era si
fece povero per amore nostro, allo scopo di farci ricchi con la sua
povertà (cfr. 2 Cor 8,9; Mt 8,20). Per quanto riguarda
la povertà religiosa, non basta dipendere dai superiori nell'uso dei
beni, ma occorre che i religiosi siano poveri effettivamente e in
spirito, avendo il loro tesoro in cielo (cfr. Mt 6,20). Nel
loro ufficio sentano di obbedire alla comune legge del lavoro, e mentre
in tal modo si procurano i mezzi necessari al loro sostentamento e alle
loro opere, allontanino da sé ogni eccessiva preoccupazione e si
affidino alla Provvidenza del Padre celeste (cfr. Mt 6,25).
Le congregazioni religiose nelle loro costituzioni possono permettere
che i loro membri rinuncino ai beni patrimoniali acquistati o da
acquistarsi. Gli istituti stessi, tenendo conto delle condizioni dei
singoli luoghi, cerchino di dare in qualche modo una testimonianza
collettiva della povertà, e volentieri destinino qualche parte dei
loro beni alle altre necessità della Chiesa e al sostentamento dei
poveri, che i religiosi tutti devono amare nelle viscere di Cristo
(cfr. Mt 19,21; 25,34-46; Gc 2,15-16; 1 Gv
3,17). Le province e le altre case di istituti religiosi si
scambino tra loro i beni temporali, in modo che le più fornite di
mezzi aiutino le altre che soffrono la povertà. Quantunque gli
istituti, salvo disposizioni contrarie di regole e costituzioni,
abbiano diritto di possedere tutto ciò che è necessario al loro
sostentamento e alle loro opere, tuttavia sono tenuti ad evitare ogni
lusso, lucro eccessivo e accumulazione di beni.
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