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17. Grazie ai rapporti d'amicizia e di fraternità fra di loro e
con gli altri uomini, i presbiteri sono in grado di imparare ad avere
stima per i valori umani e ad apprezzare i beni creati come doni di
Dio. Vivendo in mezzo al mondo devono però avere sempre presente
che, come ha detto il Signore nostro Maestro, essi non appartengono
al mondo. Perciò, usando del mondo come se non se usassero possono
giungere a quella libertà che riscatta da ogni disordinata
preoccupazione e rende docili all'ascolto della voce di Dio nella vita
di tutti i giorni. Da questa libertà e docilità nasce il
discernimento spirituale, che consente di mettersi nel giusto rapporto
con il mondo e le realtà terrene. Tale rapporto è estremamente
importante nel caso dei presbiteri, dato che la missione della Chiesa
si svolge in mezzo al mondo e i beni creati sono del tutto necessari per
lo sviluppo personale dell'uomo. Siano perciò riconoscenti per tutte
le cose che concede loro il Padre perché possano ben condurre la loro
esistenza. È però indispensabile che sappiano esaminare attentamente
alla luce della fede tutto ciò che si trova sul loro cammino, in modo
da sentirsi spinti a usare rettamente dei beni in conformità con la
volontà di Dio, respingendo quanto possa nuocere alla loro missione.
I sacerdoti infatti, dato che il Signore è la loro «parte ed
eredità» (Num 18,20), debbono usare dei beni temporali solo
per quei fini ai quali essi possono essere destinati d'accordo con la
dottrina di Cristo Signore e gli ordinamenti della Chiesa.
Quanto ai beni ecclesiastici propriamente detti, i sacerdoti devono
amministrarli come esige la natura stessa di tali cose, a norma delle
leggi ecclesiastiche, e possibilmente con l'aiuto di competenti
laici; devono sempre impiegarli per quegli scopi che giustificano
l'esistenza di beni temporali della Chiesa, vale a dire:
l'organizzazione del culto divino, il dignitoso mantenimento del
clero, il sostenimento delle opere di apostolato e di carità,
specialmente in favore dei poveri. Quanto poi ai beni che si procurano
in occasione dell'esercizio di qualche ufficio ecclesiastico, i
presbiteri, come pure i vescovi, salvi restando eventuali diritti
particolari devono impiegarli anzitutto per il proprio onesto
mantenimento e per l'assolvimento dei doveri del proprio stato; il
rimanente potrà essere destinato per il bene della Chiesa e per le
opere di carità. Non trattino dunque l'ufficio ecclesiastico come
occasione di guadagno, né impieghino il reddito che ne deriva per
aumentare il proprio patrimonio personale. I sacerdoti, quindi,
senza affezionarsi in modo alcuno alle ricchezze debbono evitare ogni
bramosia ed astenersi da qualsiasi tipo di commercio.
Anzi, essi sono invitati ad abbracciare la povertà volontaria, con
cui possono conformarsi a Cristo in un modo più evidente ed essere
più disponibili per il sacro ministero. Cristo infatti da ricco è
diventato per noi povero, affinché la sua povertà ci facesse ricchi.
Gli apostoli, dal canto loro, hanno testimoniato con l'esempio
personale che il dono di Dio, che è gratuito, va trasmesso
gratuitamente e hanno saputo abituarsi tanto all'abbondanza come alla
miseria. Ma anche un certo uso comune delle cose--sul modello di
quella comunità di beni che vanta la storia della Chiesa
primitiva--contribuisce in misura notevolissima a spianare la via alla
carità pastorale; inoltre, con questo tenore di vita i presbiteri
possono mettere lodevolmente in pratica lo spirito di povertà
raccomandato da Cristo.
Mossi perciò dallo Spirito del Signore, che consacrò il Salvatore
con l'unzione e lo mandò ad evangelizzare i poveri i
presbiteri--come pure i vescovi--cerchino di evitare tutto ciò che
possa in qualsiasi modo indurre i poveri ad allontanarsi, e più ancora
degli altri discepoli del Signore vedano di eliminare nelle proprie
cose ogni ombra di vanità. Sistemino la propria abitazione in modo
tale che nessuno possa ritenerla inaccessibile, né debba, anche se di
condizione molto umile, trovarsi a disagio in essa.
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